L’attimo… fuochi… anime

Era un caldo venerdì di Luglio e lavoravo davanti al computer, immersa pienamente in un conteggio contabile. Sentivo come se fosse lontana la voce dei miei colleghi che parlavano tra loro, tanto ero concentrata e niente e nessuno sarebbe riuscito a distrarmi. Fu la porta d’ingresso a catturare la mia attenzione e ci mise esattamente una frazione di secondo, quando la sentii e sopratutto la vidi oscillare avanti e dietro, come se ci fosse qualcuno che la scuotesse per aprirla, ma senza riuscirci. Con stupore, non vidi nessuno. Dopo un attimo sentìì un tonfo soffocato, ma allo stesso tempo troppo forte per essere un normale rumore proveniente dal cantiere di fronte. Non ebbi il tempo di comprendere cosa fosse, che subito la porta tornò a muoversi, sbattuta dal nulla e a seguire di nuovo quello strano botto, represso ma invadente. I vetri dell’armadio dietro di me tremarono gravemente e anche se capii subito che non si trattava di un terremoto, c’era qualcosa là fuori che non andava. Al susseguirsi di una terza scossa e al grave boato insidioso come un insetto nelle mie orecchie, presa dal panico, sobbalzai dalla sedia e andai fuori, terrorizzata e conscia di quello che avrei visto da lì a pochi secondi più tardi. Scene tragiche e disastrose scorsero nella mia mente, perchè quel fragore non prometteva nulla di buono, anzi. Quando uscìì per strada, altri come me erano alla ricerca di una risposta a quel terribile rumore e alzando gli occhi al cielo, una nube nera, indisponente, si insinuava nell’azzurro per dare tregua ai nostri sguardi interrogativi. Di colpo il silenzio. Una calma strana, apparente per l’esattezza e quella nube, anche se muta, in realtà sembrava avesse tanto da dire. Corremmo fino alla strada principale, spostandoci direttamente nel paese e capire cosa fosse accaduto. La nube proveniva da un punto preciso che mio padre riconobbe subito. “E’ la ditta Lucente”. Lucente, famosa in tutta Italia per i suoi fuochi d’artificio, organizzava spettacoli pirotecnici per feste private o patronali. Quello che vidi fu sconcertante e mi lasciò dentro un insieme di sensazioni contrastanti tra loro. Alcune persone del paese correvano verso una strada in salita e nel giro di cinque minuti, diverse ambulanze, vigili del fuoco, corpi forestali, polizia, passarono davanti a me, andando verso un’unica direzione. Persone che correvano all’impazzata, ragazzini in bicicletta, urla e pianti di donne disperate, che cercavano di arrivare su in cima, con la speranza di sapere e vedere i loro cari sani e salvi. Fu in quel momento che risuonarono dentro le mie orecchie i tre boati e solo al pensiero, rabbrividii. Non riuscivo a pensare, la mia mente non voleva accettare il fatto che a pochi metri da me, una tragedia era accaduta e forse diverse vite umane si erano spente in quel dramma. Purtroppo c’era poco da sperare. Un doloroso via vai generale si intensificò e il paese si bloccò improvvisamente, non solo per il traffico, ma anche per il gelo che di colpo scese in ogni animo. Quando tornai a casa, accesi subito la tv e oltre a quello regionale, anche i telegiornali nazionali davano la tragedia come prima notizia. Ormai il disastro contava già le sue prime vittime e purtroppo non c’erano buone speranze per il resto degli operai della ditta, una ditta della quale ormai, rimaneva soltanto il nome. Fu un bruttissimo fine settimana quello; seguirono notti insonni in cui rimbombava nella mia testa il suono dello scoppio delle bombe e i volti dei parenti delle vittime, logorati dal terrore nel sapere morti i loro cari, implorando un aiuto, che nessuno avrebbe potuto dargli. Trascorse un mese e pian piano dentro me, il ricordo della tragedia non era così battente come all’inizio. Quella sera andai a dormire presto, la stanchezza prese il sopravvento e mi addormentai di colpo. Non riuscii a capire di preciso quanto tempo fosse passato, ma di certo non era ancora l’alba. Mi svegliai di colpo spaventata; piccoli botti intensi, seguiti da altri più forti e grandi mi sottrassero dal mio sonno, per scaraventarmi al buio, con gli occhi sbarrati sul soffitto e il cuore che correva all’impazzata dal terrore. Solo dopo pochi istanti, quando mi ricordai della festa patronale in paese, mi resi conto che erano i fuochi d’artificio e il cuore riprese a battere con ritmo naturale. Tuttavia, non riuscii più a dormire. Pensavo a chi c’era là fuori. Bambini con palloncini, persone che mangiavano lupini e noccioline, vecchietti seduti nei vicoli sotto le luminarie, ragazzi che ridevano fra loro spensierati e all’unisono ammiravano con gli occhi verso il cielo, il grande spettacolo pirotecnico. In quel momento un velo di tristezza e paura scese dentro me. Mi girai su un lato, mi strinsi nelle lenzuola, immaginando gli spari fuori, al di là della mia finestra, gente a far festa, ed io, percorsa da un brivido provocato di certo non dal freddo, ma dalla visione nel cielo immenso e fra quei punti di luci, le vittime di quel 24 Luglio 2015.

7 Comments

Comments are closed.