griecoLa pioggia nella mente

Tema: Pioggia

Ok, non chiedereste mai a un cieco di descrivere i colori del mondo, oppure a un sordo di commentare la nona di Beethoven. Sarebbe politicamente scorretto.
Anzi, sarebbe pura cattiveria, vero? Tutti lì a comprendere, compiangere e provare simpatia per il povero menomato.
Eppure quando qualcuno mi si avvicina e mi chiede: «Ti piace il nuovo profumo che ho comprato? Sai, è J’adore!», oppure Acqua di Giò o lavanda o qualsiasi altro, e io dico: «Scusa ma, sai, io non sento nulla, non ho il senso dell’olfatto», la risposta è:
«Ah.»
Quanto larvato disprezzo in quell’ «Ah». C’è tutto un discorso, racchiuso in quell’: «Ah».
Ah, non ti piace il mio profumo e non hai neppure il coraggio di dirmelo, imbecille.
Ah, ma come è possibile?
Ah, che stupida, come fai a non sentire il mio bellissimo profumo?
Ah, allora se pesti una merda, non te ne accorgi nemmeno.
Ah, quante pietanze devi aver bruciato!
Ah, che idiozia, tutti sentono i profumi.
E così via, di “ah” in “ah”, mai nessuno che pensi “peccato che tu non avverta l’inebriante profumo dei fiori, il salso odore del mare, quello stuzzicante di un fuoco di legna aromatica…”.
No, pare proprio che la mancanza di questo senso sia una tua colpa e non una disgrazia, per non parlare di quelli che non ci credono e pensano che tu abbia chissà quale motivo per mentire.

Ho incontrato anche questi.

Eppure…

Non tutti sono ciechi o sordi dalla nascita. Nemmeno io.
E allora, a volte, ritorno a quelle estati della mia infanzia, a quei pomeriggi trascorsi in casa al fresco perché fuori in giardino il sole picchiava forte, e tutto era riarso e secco, e la polvere si sollevava dalla terra asciutta e poi si drappeggiava lentamente come un velo scuro sulle cose, e sembrava che il mondo stesse per morire sotto la vampa di calore…
A un tratto, senza che il cielo si fosse nemmeno ancora scurito, un plic! – plac! – pliplic! – pliplac! arrivava alle mie orecchie. Allora io mi affacciavo sulla soglia, e senza nemmeno rendermene conto, dilatavo le narici e inspiravo a fondo per riconoscere quello strano odore caldo e umido, l’odore di marcio e dolciastro che ti aspetteresti in una foresta tropicale, mentre il cielo diventava nero preludio al temporale imminente.
Che strana sensazione sentir provenire dalla terra l’odore della pioggia che scendeva dal cielo. Perché non è l’acqua in sé che ha odore, ce lo insegnavano a scuola, ricordate? Incolore, insapore, inodore…
Ma no, non è vero. Il colore è il turchese del cielo o il verde del mare, il sapore è quello bellissimo della sete finalmente soddisfatta, e l’odore, l’odore…
Lo ricordo benissimo.
Era il profumo delle gocce di pioggia che cadevano sul suolo bollente e immediatamente evaporavano, rilasciando le particelle odorose della tempesta in arrivo. Era l’odore della pioggia estiva, forte e violenta, che in un batter d’occhio inzuppava il terreno e abbatteva la calura lasciandosi alle spalle pozzanghere iridate.

Ancora oggi, quando vedo il cielo estivo mutarsi in minaccia, corro fuori all’aperto e cerco di restituire il ricordo alle mie papille olfattive. Inutilmente.
L’odore della pioggia lo rammenta solo la mia mente.

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