Memoria di un soldato

“Non credevo che l’avrei mai ritrovata. E invece eccola, proprio di fronte a me, la casa della mia infanzia. Riconosco ogni centimetro di muro: qui, una vita fa, ho passato i pomeriggi a tirare pallonate alla facciata di pietre chiare; in quell’angolo Lucia mi ha dato il primo bacio, fuggente, a fior di labbra… Mi porto le mani al viso e le sfioro, quasi a voler rivivere il ricordo sbiadito di una ragazzina dai capelli color dell’oro che mi rimanda ai piaceri dell’amore innocente dei bambini, e invece incontro solo la rugosità dei calli delle mie dita che sfregano la mucosa riarsa e spaccata. La porta non c’è più: al suo posto si apre uno squarcio buio, una bocca dalle fauci spezzate, un portale che mi condurrà a ritroso nel tempo o forse, più semplicemente, mi indirizzerà verso l’ignoto della mia anima… Sono dentro. Dappertutto macerie sul pavimento e travi contorte che pendono inerti dal soffitto: se anche qualcuno vi avesse alloggiato dopo la nostra partenza, ormai è scappato o è morto, e le tracce della sua permanenza si sono dissolte sotto una coltre di polvere. Riconosco la sagoma di un vecchio camino e, dall’altra parte, in cima alla scala, qualcosa che somiglia a un armadio a muro ormai sventrato: il mio nascondiglio preferito, per sfuggire a mia madre che mi chiamava per fare i compiti, e con voce calda ma ferma mi intimava di lavarmi le mani prima di pranzo; mia madre, prima della fuga, che mi ordina di nascondere ciò che ho di più caro, perché non potrò portarlo con me. Sto salendo i gradini, mi avvicino, sfioro l’intelaiatura decrepita, mi rannicchio e chiudo gli occhi. Sono immobile. Non dovrei, non è sicuro… Quanti minuti sono passati? O forse sono ore? Inspiro lentamente l’aria pesante di polvere e sporcizia: il puzzo dei cadaveri in decomposizione impregna ogni anfratto. Cosa cerco? L’odore del cappotto di mio padre forse, tabacco da pipa e muschio bianco; il patchouli che mia madre era solita spruzzare sul risvolto del colletto del suo impermeabile; il sudore intenso del corpo di mia sorella che, accaldata, entra trafelata nell’armadio e mi si stringe contro, in segno di tacita complicità; il rossore delle mie guance che avvampano quando sento in quella stretta fraterna la morbidezza dei suoi seni appena accennati. Allungo la mano al buio: forse è calata la notte, o non riesco semplicemente ad aprire gli occhi, come se bastassero le palpebre a fare da barriera tra la visione che ho in testa e l’incubo nel quale ho vissuto gli ultimi vent’anni. Il mattone è ancora al suo posto, nonostante i crolli. Ne seguo il perimetro con un dito, poi lo afferro delicatamente agli angoli, finché cede e comincia a scivolare via dal muro. Lo sto poggiando. Strano come un luogo che nei ricordi è grande e spazioso possa apparire stretto, quasi claustrofobico, a distanza di tempo… Adesso la mia mano si sta facendo strada nella cavità vuota, le dita cercano freneticamente: è ancora qui dove l’avevo lasciato, ciò che ho di più caro, un semplice quadrato di carta a righe ingiallito, ripiegato su se stesso. Lo aprirò delicatamente, ho paura che possa sgretolarsi tra queste rozze appendici che hanno dimenticato cosa sia una sensibilità diversa da quella che serve per maneggiare un’arma, o usare un pugnale. Una fotografia che ritrae un tempo passato scivola via dall’involucro e cade. Apro gli occhi: che succede? Un lampo attraversa l’aria, le sirene stanno suonando. Schizzi di luce illuminano una serie di parole, scritte in un tempo arcaico, in un ricordo sbiadito come l’inchiostro che tinge appena di blu le righe del foglio, nella calligrafia incerta, un po’ curva, di un bambino di dieci anni che sorride, ignaro, all’obiettivo del fotografo :<Non prenderete mai i miei sogni.> ”

La registrazione finiva lì. Un boato, suoni sconnessi. Poi, silenzio. Spensi il magnetofono. Intorno a me, visi prostrati che riflettevano cupa preoccupazione mi guardavano in cerca di una risposta che non avevo. Certamente la voce non poteva che essere la mia, non c’era dubbio. Eppure io, risposi con sicurezza ai miei superiori, non avevo alcun ricordo di quel momento. Mi spiegarono che era la normale reazione a un trauma cranico, che durante il crollo avevo battuto violentemente la testa, che l’intelaiatura dell’armadio a muro mi aveva parzialmente protetto e se avesse ceduto non avrei avuto scampo. Dissi loro che non avevo memoria, certo, ma solo ora, dopo aver ascoltato dalla mia stessa voce gli ultimi momenti prima dell’oblio, so di aver mentito. Ho capito perché sono tornato nella casa della mia infanzia: stavo cercando disperatamente me stesso. E se è vero che non ho idea di chi sono stato, è grazie alle parole di un bambino di dieci anni che ho preso coscienza di chi ho sempre voluto essere. Quando le scrissi, vent’anni fa, ci credevo. E, nonostante tutto, mi sono reso conto che ci credo ancora. Perché non si distruggono i sogni dei bambini. E d’ora in avanti non lascerò più che l’odio possa dilagare indisturbato nel mio cuore.

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