Toccare il cielo

Stavano seduti su quel lungo braccio di ferro oscillante nel vuoto a respirare il vento che scompigliava loro i capelli infilandosi nei pantaloni lisi e nelle camicie da lavoro sporche.
Quell’aria fresca accarezzava loro la pelle e i grevi pensieri.
L’uno accanto all’altro, guardavano il mondo sotto di loro che sembrava piccolo piccolo e nel loro reciproco silenzio, si sentivano leggeri come nuvole e padroni del cielo.
Era una sensazione condivisa di libertà assoluta, e in quello stupore e meraviglia qualunque parola ne avrebbe rotto l’incanto.
Quegli operai che si identificavano in quell’immagine, lavoravano in miniera e per anni avevano vissuto ogni giorno, nel buio e respirato il tanfo umido delle gallerie che avevano scavato.
Avevano rischiato i crolli delle volte, le esplosioni, le cadute nei fornelli, gli investimenti dai vagoni, gli allagamenti.
L’unica luce era la loro lampada ad acetilene, e quell’elmetto e gli scarponi pesanti erano zavorre, che assieme agli abiti logori, non vedevano l’ora di togliere ogni sera all’uscita dell’imbocco.
Sarebbero andati anche loro lassù.
Avrebbero trovato un cantiere che li avrebbe ospitati e, sul braccio ferroso della gru più alta, avrebbero consumato il pranzo.
“Allora, che ne dite?”
“Andiamo…” Risposero in coro i minatori alla proposta.
La fotografia che li aveva ispirati rimase lì dove l’avevano trovata, per caso, uscendo dall’imbocco della miniera.
Era solo un’immagine sul foglio di un vecchio giornale, ma aveva regalato un sogno… possibile.

Testo ispirato all’immagine

2 "Lunch in the Sky" - anonimo
2 “Lunch in the Sky” – anonimo

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