L’ombre de la tour

“Fai un salto, fanne un altro, fai la giravolta, falla un’altra volta, guarda in su, guarda in giù, dai un bacio a chi vuoi tu…”

Mi viene in mente quella filastrocca. E poi le immagini dell’infanzia, quando alcune bambine del mio paese si mettevano in cerchio, sedute a terra, e cantavano giocando con i loro primi amichetti del cuore. Io di solito mi tenevo in disparte, non mi piaceva essere toccato. Baciato poi…
Salto, adesso salto tra una pozzanghera e l’altra. Libero.

Il cielo è grigio. Gli alberi e le siepi sono marroni, malva, kaki, verde, oro e rosse. Mille calde tonalità fuori, nel mondo. Una sola dentro di me: il rosso. Il rosso del sangue che è schizzato dalla giugulare di Alfredo. E’ stata una ghiotta occasione a cui non ho saputo rinunciare.
Dalla finestra rotta arriva l’aria fredda di una giornata di pioggia e me ne sto lì a sentire il respiro freddo di madre natura, mentre penso a quello che ho appena fatto.
E’ un profumo inebriante, un profumo autunnale umido e frizzante, che mi dice quello che è successo fuori. La pioggia è caduta, trasformando le fragili foglie in un composto simile a poltiglia. I vermi sono venuti fuori dal terreno, poche ore di vita per loro. Come per Alfredo quel giorno.
Potrei dire che le nuvole, oggi, erano doloranti, cariche di elettricità, impazienti di lasciare il carico che si portavano addosso, come se liberare uno scroscio d’acqua potesse lavare via tutti peccati del mondo.
Non hanno lavato via nulla, sono solo state il coro e la scenografia della giustizia!
Il tempo passa, ma rimango a guardarlo. Mi godo l’istante del giusto. Gli occhi di Alfredo, spalancati, sono lì a testimoniare ciò che ha visto prima di morire: me, finalmente libero dal ricordo di quelle sue mani sporche. Sporche di peccato, di lussuria, di voglie malate.
Adesso su di lui calano le ombre, uniche sue compagne in questo momento.
“Sei sempre più freddo, sei come una larva che non vedrà ma più la luce,” penso.
Ma prima di regalarti la morte, mi sono divertito.
Ti ho irretito, ricordando i tempi passati, di quando tu mi toccavi lì sotto e ti divertivi a punzecchiarmi per il “mio piccolo coso”.
E gli abusi subiti? Ero troppo piccolo e avevo tanta paura.
“Avevo solo otto anni, idiota,” rifletto, ma me ne sto zitto ad ascoltare il suo lurido pensiero sul passato. Me ne sto zitto e lo seguo nel suo appartamento.
“Voglio offrirti qualcosa, è tanto tempo che non parliamo…” dice con quel suo accento marcatamente volgare.
E’ stato facile calpestare i suoi stessi passi, pensando che una volta a casa sua sarei passato ai fatti. Me l’ero promesso da piccolo. Mi ero promesso che gliel’avrei fatta pagare. E ora, dopo una quindicina d’anni, è arrivato il mio momento.
In casa ti sei dilungato a prepararmi un drink. Ho avuto il tempo di guardarmi attorno. Ho scelto un posto speciale, una poltrona di fronte a una grande finestra. Ero sicuro fosse la tua preferita.
Ti sei seduto, dopo avermi offerto da bere. Ti sei seduto su quella poltrona. E’ stato facile immobilizzarti. Adesso sono più grosso di te e non ho più paura di nessuno. Ti ho spaccato in testa quel grosso vaso cinese, un’orribile imitazione. Orribile come te. E poi ti ho legato alla poltrona.
Ho preso le cesoie che tieni in una cassetta degli attrezzi e ti ho mozzato il primo dito. Ti sei svegliato. Hai urlato, strabuzzato gli occhi. Ho dovuto metterti un bavaglio prima di proseguire. Una a una te le ho staccate tutte. Tutte le tue sporche dita di uomo malato. E infine ho sfiorato il tuo collo, la giugulare, ma lasciare le impronte delle mie dita su di te mi fa schifo. Non meriti il mondo, non meriti di respirare ancora.
Adesso non tocchi più nessuno, ma soprattutto non appoggi quel tuo sguardo lascivo e le tue mani luride di peccato su corpi troppo infantili e che non ti appartengono.

“Fai un salto, fanne un altro, fai la giravolta, falla un’altra volta, guarda in su, guarda in giù, dai un bacio a chi vuoi tu…”

E seguendo quella cantilena adesso salto tra le pozzanghere di una via di Parigi e mi guardo attorno. La Tour Eiffel fa sfoggio di sé, anche in questa giornata uggiosa. Due ragazzi si stanno baciando, incuranti del freddo e della pioggia che scende incessante. Io, finalmente, mi sono liberato di un peso che mi opprimeva da tempo e ora mi pare di volare, non di saltare. Sono più leggero di una piuma, per assurdo… una folata di vento potrebbe farmi volare via, tanto mi sono alleggerito.

Un bacio va te, mon bel ami… A te che mi attendi sotto l’Eiffel, ignaro della mia ritrovata leggerezza.

Testo ispirato all’immagine

4 Il salto di Henri Cartier Bresson
4 Il salto di Henri Cartier Bresson

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