Vuoto di te

Tratto dal racconto breve ” Una sola parola”

Osservo il cestello della lavatrice che gira vorticosamente nella sua centrifuga ipnotica. Quello sciabordio mi aiuta a concentrarmi, come se riuscisse a risciacquarmi la mente, dividendo i pensieri buoni da quelli malevoli; poi finisce il programma di lavaggio e anche il mio stato di ipnosi. Mi guardo intorno e comincio a sparecchiare. Inizio a riempire il lavandino con acqua e sapone e affondo le mani nella schiuma bianca che odora di limone. Davanti al lavello la parete ricoperta di mattonelle di ceramica lucida non mi permette di distrarmi più di tanto: devo per forza pensare. Pensare a te.
Abbiamo consumato il nostro pranzo domenicale in un modo che si può solo definire osceno: io giocherellavo a dama con i piselli che accompagnavano l’arrosto e tu, occhi fissi sul cellulare, digitavi messaggini a più non posso. Non masticavi neanche; ingurgitavi. Ci ho messo due ore a preparare quel maledetto arrosto, io che odio fare anche solo un tè, e tu in pochi minuti hai spazzolato tutto, irrilevante se fosse carne di vitello, manzo o capra come te.

Poi ovviamente sei sparito, evaporato nei meandri della nostra casa. Potrei dire dove sei e cosa stai facendo anche senza vederti e non servono poteri paranormali. Mi asciugo le mani in uno strofinaccio e vado dritta dove so di trovare il tuo fantasma.
Ecco. Ti guardo. Sprofondato nella tua adorata poltrona di morbido cuoio consunto, il fumo che aspiri dalla sigaretta fuoriesce lento dal naso creando languide spirali che salgono verso il soffitto. Le scene del tuo telefilm preferito, tra inseguimenti, sparatorie e ridicole scazzottate, scorrono veloci nei tuoi occhi e disegnano un sorriso lieve sulle labbra; nello sguardo un’ombra di emozione risplende fugace.
Ti sono di fianco. Raggomitolata sul divano, non guardo la tv: guardo te.
Mi vedi? Ti sei accorto del mio sguardo che ti scorre addosso e ti percorre sperando di incontrare, anche solo per un attimo, i tuoi occhi? Neanche durante la pausa pubblicitaria ti giri verso di me, brandisci il telecomando come uno scudo che ci separa fisicamente. Dovrei avere la forza di alzarmi da questa cuccia calda e stritolarlo sotto i tacchi. Ma resto qui, immobile, esausta per la fatica di chiedermi dove e quando te ne sei andato.
Quando finisce un amore? E come?
È un finale violento, esplosivo, fulminante com’è cominciato oppure lento, soffuso, impercettibile. Mentre te ne rendi conto, nei suoi occhi non trovi più quella luce che li illuminava quando incontrava il tuo sguardo, il tuo cuore non segue più quel ritmo frenetico e pungente. Il fiato non diventa più corto mentre aspetti, affacciata alla finestra, che lui compaia sorridendo dietro l’angolo, con i capelli spettinati dal vento di primavera; lo stomaco non si stringe più con un dolce dolore, pregustando con ansia i suoi baci appassionati.
Tutto è diventato un ricordo ormai lontano, svanito nella polvere del tempo.
Quali sono le parole dell’amore perduto?
L’amore perduto non ha parole. Ha silenzi infiniti, vuoti, vuoti colmi di assenza e senso di smarrimento che ti senti dentro e ti manda allo sbando; come una piccola barca, scossa da una corrente impetuosa che la trascina via verso abissi profondi, in gorghi impetuosi e oscuri.
Ti parlo, ti parlo e tu neanche mi ascolti; non è che non mi senti, non mi ascolti proprio. Neanche se mi vedessi nascondere camicie che non ti appartengono, impregnate di un profumo non tuo che mi resta incollato addosso, ti sfiorerebbe il pensiero che sono ancora una donna. E gli altri uomini se ne accorgono. Mi sono schiarita i capelli, l’hai notato? Non sembra; hai notato forse le scarpe di vernice rosse, tacco dodici, che indosso ormai da tre settimane? Ti piacciono molto quando le vedi in vetrina, ma su di me? Sulle mie gambe? Lo riconosco lo sguardo di un uomo quando ammira una donna. E tu? Mi guardi ancora?
Dove sei andato?
Dove va l’amore che finisce?
L’ho cercato spesso, specialmente nelle notti insonni, gelide e solitarie.
Se tu fossi qui con me… Basterebbe uno scialle caldo sulle mie spalle e le tue braccia forti intorno.
Se tu fossi qui, il tuo fiato caldo sul mio viso e un’unica sola parola sussurrata: amore.
Non ci sono parole per un amore perduto, per il vuoto abissale di un cuore spezzato.
Mi alzo dal divano mentre sei perso dietro il rotolare di una palla e le urla imbecilli di un invasato cronista sportivo alla televisione. Mi avvolgo nel mio morbido plaid, non avendo altro per sciogliere questo gelo nell’anima. Mi chiudo nella stanza da letto e comincio a scrivere su un foglio bianco anonimo, non vale nemmeno la pena di cercare una carta preziosa o raffinata; non noti più niente oramai. Mi rifiuto di cercare la mia stilografica preferita, di lacca rossa dal tratto meraviglioso: una biro per te sarà più che abbastanza. Quando finirai di leggere questa lettera io sarò lontana. Forse ci separerà una distanza fisica minore di quella, non tangibile ma immensa, che c’è stata fino a ora. Forse ti renderai conto che non ero poi così prevedibile e, magari, sentirai anche tu il gelo nel cuore, dentro il nostro letto caldo ma troppo grande. Dove conserverai il tuo cibo ora che il vecchio frigo ha smesso di funzionare. Te ne sei accorto? Non c’è più in quell’angolo, è rimasta solo la polvere che disegna la sagoma sul pavimento. C’è solo in grande immenso vuoto.

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