Vuoto di significato

Anna aveva una vita molto piena e indaffarata, e non passava giorno in cui non rischiasse di far tardi da qualche parte, di perdere appuntamenti o di strozzarsi col caffè alla mattina presto guardando l’orologio.
Non si poteva certamente dire che le mancassero delle cose belle: aveva un bel lavoro, un bel marito, due bei pargoli e una volvo tirata a lucido.
Ogni santa mattina usciva di casa presto per accompagnare i due diavoletti a scuola: una splendida bimba di quattro anni, Sara, e un monello di dieci, Federico. E sì, toccava proprio a lei farlo, visto che suo marito, primario dell’ospedale della città, spesso faceva turni indicibili, o come diceva lei “intollerabili”. Ahimè.
Dopo aver controllato in modo morboso che i suoi figli fossero entrati nella scuola, in classe, si fossero seduti sulla sedia di fronte alla maestra, in modo che non li perdesse di vista, beh, solo allora poteva rilassarsi… Macché. Doveva correre di qua e di là per incontrare gente, colleghi, il Rettore, ogni sorta di studente in ansia per l’esame nella sua materia, ogni sorta di laureando in piena crisi isterica. Le facevano venire l’orticaria! E pensare che una volta il suo lavoro le piaceva…

Teneva le sue lezioni parlando in modo veloce, gli studenti che arrancavano dietro di lei per prendere appunti, e sul suo viso vi era sempre un cipiglio serioso, la fronte corrugata.
E il pomeriggio non era da meno!
Tornava sempre verso le sei o le sette dopo altri colloqui o incontri, esausta, i bimbi che la aspettavano a casa. Per fortuna c’era la nonna ad andare a recuperarli e a dar loro da mangiare… altrimenti avrebbero dovuto arrangiarsi con un panino, come aveva fatto lei!
Poteva sembrare il momento migliore per sedersi sul divano, rilassarsi, guardare la tv, dare una carezza ai propri figli e un bacio a suo marito e godersi la serata in santa pace. Ma pensate davvero che fosse così facile?
Dopo una giornatina del genere era del tutto impossibile essere di buon umore, impossibile stare ad assecondare i giochini dei suoi figli, anche abbastanza pretenziosi, impossibile mettersi ad amoreggiare con il proprio marito… che, da parte sua, aveva sempre qualcosa da farsi rimproverare!
Vestiti sparsi per casa, pavimento bagnato in bagno, lunghe telefonate proprio durante la cena… mai che si comportasse come il suo uomo doveva comportarsi!
E allora litigavano, e non si andava a letto senza appendere il muso per qualcosa, e i capricci dei bambini potevano solo peggiorare le cose.
Spesso, per giunta, non riusciva neanche a prender sonno, che fastidio! Con tutta quella fatica addosso, i piedi doloranti, la testa che scoppiava, gli occhi che bruciavano… poggiava la testa sul cuscino e niente, il cervello le rimaneva più vigile di quanto non fosse stato durante tutta la giornata. Non potevano certo essere stati quei due o tre caffè, senza cui di certo non poteva render molto al lavoro.
Gironzolava per casa, mettendo a posto morbosamente i soprammobili, e maledicendo mentalmente la domestica per essere sempre così sbadata nello spolverare. Andava nella cameretta e dava un bacio sulla fronte ai propri bambini, proprio nel momento in cui avrebbero potuto apprezzarlo di meno. E forse, solo in quel momento, sentiva un po’ di senso di colpa in cuor suo per il fatto di lasciarli sempre da soli… il giorno dopo avrebbe trovato un momento libero per andar a comprar loro qualcosa: un videogioco al maschietto, una barbie o un peluche alla piccola… no, magari peluche no, ne aveva già così tanti, tra cui quell’enorme orso dagli occhi vagamente inquietanti e troppo “vivi” che sedeva ai piedi del letto di Sara… e poi quei cosi attirano così tanta polvere.
Ma poi il giorno dopo, la maggior parte delle volte, se ne dimenticava, e anche quando non lo faceva, i regali che acquistava non racchiudevano tutto l’amore che avrebbe voluto, comprati in fretta e furia tra momenti di lavoro e ansia.
E così andava avanti Anna, giorno dopo giorno.
Una bella mattina, però, Anna si alzò con l’influenza e stava talmente male da non potersi muovere dal letto. Niente lavoro per lei, e suo marito aveva dovuto trovare il tempo per andare ad accompagnare i loro figli al posto suo.
Una bella giornata di riposo, forse era quello che le ci voleva… niente, non riusciva a star tranquilla. “Dovevo far questo, dovevo far quello” continuava a pensare, maledicendo il proprio corpo per averle tirato quel colpo basso, proprio durante quel periodo denso di impegni.
E mentre stava borbottando, avvolta da una coperta come in un bozzolo, buttata sul divano – perché rimanere nel letto la faceva sentire troppo vecchia e inutile – qualcuno suonò il campanello. Dannazione.
Doveva proprio alzarsi? Stava male, del resto! Poteva fingere di non essere in casa.
Ma dai, Anna, questa cosa è proprio da irresponsabili!
Al terzo scampanellio si tirò su a fatica, il naso rosso e gli occhi lucidi per la febbre.
Aprì la porta e non c’era nessuno. Guardò per terra, meravigliata di trovarci un pacco.
I postini hanno perso la loro educazione, a quanto pare…
Lo prese e lo portò in soggiorno. Sembrava abbastanza leggero e si chiese cosa potesse contenere visto che non vi erano né biglietti né nulla. Un pacco del tutto anonimo.
Lo aprì, e immaginate la sua completa meraviglia nel vedervi all’interno un altro pacco, ma questa volta una di quelle scatole decorate che si usano per fare regali di un certo tipo: era tutta verde con decorazioni e simboli carini, adatti alle occasioni di festa, e sopra vi era un grande fiocco rosso e lucido. Non era Natale però.
Stette lì a guardarlo per un po’, indecisa se aprirlo o meno. Subito nella sua testa si profilarono idee pazzesche, dettate dalle poche informazioni che deteneva riguardo quel pacco che sembrava stato rigurgitato dal pavimento del suo pianerottolo. E se contenesse una bomba? Mamma mia, che idee catastrofiste, ma proprio non riusciva a farsi venire in mente nessuno che potesse averle mandato un pacco simile.
Suo marito? Macché… oddio, pensandoci bene… magari voleva farsi perdonare per il poco tempo che le dedicava. O forse, boh. Qualche ammiratore segreto. Qualche studente che voleva ingraziarsela. Ma a poco serviva farsi tutte quelle domande.
Prese il pacco e tolse il coperchio.
Ora potete immaginare come tutta la sua meraviglia, lo sguardo sorpreso, l’espressione del suo viso che sembrava quasi ringiovanito nel mostrare quei sentimenti ormai poco frequenti, poté cambiare e tornare quello di sempre. Se non più cinico, più appesantito dall’ansia, dal sospetto e dalla noia.
Perché quel pacco era vuoto. Completamente vuoto.
Allora, se c’era qualcuno che voleva prendersi gioco di lei, capitava proprio male. Non sapeva se arrabbiarsi più per il fatto che fosse vuoto, o per il fatto di essersi illusa che fosse qualcosa di bello per sé, una novità, data in dono da qualcuno di speciale, che fosse anche suo marito. Ma che regalasse un sentimento positivo.
Ovviamente questo non lo avrebbe ammesso mai.
Prese tutto e lo mise nella busta della spazzatura… poi però, tornò indietro, prese il pacco e buttò via solo l’involucro che conteneva il pacchetto colorato. Quello, lo avrebbe conservato. Se non altro poteva tornare utile per qualche regalo da fare in famiglia e forse l’avrebbe aiutata a scoprire chi diavolo avesse così tanta voglia di scherzare da fare una cosa del genere.
Nel recuperare il pacchetto, notò un bigliettino incastrato nel fiocchetto rosso, che prima non aveva notato. “Fanne buon uso” diceva. E questo, se possibile, la fece infuriare ancora di più.
Mise via il pacco e tornò al suo divano e al suo bozzolo, borbottando. Meglio non pensarci più.
Ma così non andò. Quel pacco vuoto, invece, le dette molto a cui pensare e per molti giorni a seguire.
Quando, qualche giorno dopo, uscì nuovamente di casa per tornare alla sua vita abituale, era più vigile e vispa del solito. Non aveva fatto altro che passare la sua convalescenza con un pensiero in testa: il significato di quel vuoto. E proprio non riusciva a capacitarsi del perché le importasse tanto.
Per strada incontrò un barbone, che porgeva una ciotola ai passanti, chiedendo qualche spicciolo. E quando vide che in quella ciotola non vi era nulla, non poté fare a meno di assecondare il suo bisogno di riempire quel vuoto. Lasciò un paio di euro in elemosina, e ciò sembrò farla sentire meglio. E, per una delle prime volte in vita sua, si soffermò a guardare negli occhi quell’uomo vestito di stracci, e si meravigliò di non trovarvi vuoto, ma tante cose che in quel momento le sembrarono incredibili.
Visse quelle giornate riflettendo su tutto ciò che la circondava, a partire dalle persone con cui parlava, i suoi colleghi, i suoi studenti, e più li guardava negli occhi, più quei sentimenti vuoti che provava per loro si riempivano di significato. Si rese conto di non averli mai guardati davvero, di aver considerato molte persone con cui aveva a ché fare come numeri, impegni, lavoro.
Si ritrovò ad essere più gentile, a provare simpatia per qualche collega impacciato, voglia di aiutare e di infondere sicurezza in chi evidentemente non ce l’aveva.
Un paio di giorni dopo, nel pomeriggio, si sedette a guardare la televisione. Ma più che la tv, guardò i suoi figli giocare sul tappeto vicino al caminetto, e ne apprezzò la dolcezza e quel qualcosa di comico. Riconobbe se stessa nei modi bruschi di Federico, e suo marito nella perseveranza di Sara nel voler completare un puzzle di certo troppo difficile per una bambina della sua età.
Fu allora che andò in cucina, prese quel famoso pacco e rimase a guardarlo finché la vocina di Sara non interruppe il silenzio. – E’ per me?- chiese. Anna sorrise e scosse la testa. -No, piccola. Lo ha portato il postino qualche giorno fa, ma è vuoto.-
Sara sorrise a sua madre, evidentemente sorpresa di trovarla così serena. Si avvicinò, e aprì il pacco guardando l’interno vuoto.
-Mamma, ma questo regalo non è vuoto!- disse, entusiasta e Anna rimase a guardarla sorpresa.
-Guarda- disse la bimba, – qui ci sono delle caramelle colorate… c’è anche il mio gusto preferito, ciliegia! Qui, invece, c’è un trenino di plastica, di quelli che piacciono a Fede… ah e qui c’è una cravatta per papà, con sopra delle pecorelle bianche.- Ridacchiò tra sé e sé, prima di indicare col ditino paffuto un ultimo punto dell’interno della scatola – qui, invece, c’è un regalo per te. Un enorme sorriso!- e la bimba sorrise, abbracciando le gambe di sua madre.
Qualcosa nel petto di Anna si mosse, e qualcos’altro, invece, si rimise al suo posto nella sua testa.
Prese Sara in braccio e le stampò un bacio sulla guancia. Poi si unì ai suoi due bambini, e tutti e tre insieme presero il più buon tè finto del mondo.
Quella sera, Anna abbracciò suo marito tornato a casa tutto sudato per aver fatto una corsa per prendere il bus, e ciò la fece sentire come quando, da giovani, dovevano prendere il treno per potersi vedere e si incontravano dopo ore passate vicino ad un finestrino, stanchi ma felici di poter stare finalmente insieme.
Si ripromise di non trasformare mai più tutti quei significati, tutto ciò che aveva di più bello in un vuoto, ma di fare il contrario, proprio come sua figlia aveva fatto con il vuoto in quella scatola. La conservò, e dopo qualche mese la recuperò per riempirla di alcune vecchie foto di lei e suo marito da giovani, e di altre dei loro figli scattate qualche giorno prima; vi sistemò un piccolo peluche che suo marito le aveva regalato quando erano ancora solo fidanzati, un origami un po’ stropicciato che Federico aveva prodotto, e un braccialetto di lana fatto dalla piccolina; per ultimo vi mise una ecografia, ma quando suo marito venne ad abbracciarla alle spalle, accarezzandole il ventre gonfio del loro terzogenito, mise via la scatola, promettendosi di riprenderla solo quando avrebbe sentito crescere nuovamente dentro di sé quell’inspiegabile vuoto. Per il momento, però, si voltò a baciare suo marito.

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