Un vuoto da colmare

Macchia sonnecchiava beatamente sul divano, di fianco a lei, con la testa abbandonata sulla sua coscia, le orecchie basse e le narici che, in alcuni momenti, si contraevano, sottoposte a qualche strano spasmo. La sua mano che, ogni tanto, si allungava su di lui, ad accarezzarne affettuosamente il manto, sembrava non disturbarlo minimamente.
Credeva di sapere che anche i cani sognano; si chiedeva quali potessero essere i contenuti delle sue attività oniriche e se lei, in qualche modo, ne avesse fatto parte. Supponeva di si, dal momento che, da oltre due anni, l’uno faceva parte della vita dell’altro, in un rapporto di reciproca dipendenza, quasi nella totale simbiosi.
In prossimità del suo pensionamento, per diverso tempo, aveva riflettuto su quale regalo si sarebbe potuta concedere. Anche se l’inattività la spaventava parecchio, trovava doveroso premiarsi per i quarant’anni trascorsi dietro a una scrivania, per la sopportazione, quasi paziente, delle prepotenze dei suoi capi, per l’indulgenza dimostrata verso la competizione, più volte sleale, dei colleghi e per avere guadagnato poco, dal punto di vista economico, ma parecchio in termini di disturbi da errata postura; una pseudo-sciatica e una buona dose di dolori cervicali che, ancora, la facevano stare sveglia, più di qualche notte.
Quale poteva essere il dono a cui si poteva attribuire un valore equivalente a tanti sacrifici?
«Comprati un bell’anello con diamante!» le aveva suggerito la figlia, durante una telefonata.
«Qualche anno addietro avrei avuto il tuo stesso pensiero, ma ora mi sento meno legata alle cose materiali» aveva risposto lei, tenendo per sé la riflessione dedotta dal suo consiglio poco indovinato.
Non aveva potuto fare a meno di considerare che la lontananza geografica aveva segnato una netta frattura nel loro rapporto!
Se prima bastava uno sguardo o un’insolita espressione disegnata sul volto, per comprendere anche ciò che non veniva detto, ora, le conversazioni telefoniche assumevano un tono sterile e le frasi diventano di difficile interpretazione. Nel loro caso, inoltre, la convivenza aveva alimentato una condizione tale di confidenza che consentiva loro di esprimersi con naturale sincerità, a volte talmente cruda da ferire, ma comunque apprezzabile per la sua funzione costruttiva. Soprattutto questo era venuto a mancare con la separazione: la libertà di parlarsi e raccontarsi a cuore aperto! Era subentrata, invece, una certa riservatezza che, tendenzialmente, aveva due nobili finalità: evitare, a sé stessi, l’ammissione di una propria debolezza e preservare l’altra da un’eventuale preoccupazione. Questo, tuttavia, impediva a entrambe di fare veramente parte delle proprie reciproche vite e di essere partecipi delle rispettive naturali evoluzioni caratteriali e di maturazione. Quanto si stavano perdendo l’una dell’altra!

Le sarebbe piaciuto fare un bel viaggio, uno di quelli che riempiono gli occhi di meraviglia e il cuore di emozione. Che lasciano dei ricordi più vividi di una fotografia e pervadono di nostalgia ogni volta che si pensano. Ma viaggiare da sola la spaventava, per tutti gli imprevisti che possono succedere quando si abbandona la propria rassicurante routine.
Le amiche le aveva perse per strada, da tempo. Non che ne avesse mai avute molte! La sua naturale diffidenza le impediva di costruire dei rapporti che andassero oltre la semplice conoscenza e, comunque, se questo accadeva, l’orgoglio e l’ intransigenza della propria indole, li mettevano a dura prova.
“Sono un lupo solitario” si ripeteva spesso, per trovare una scusante al proprio vivere in solitudine. Come a dire che certe persone sono adatte per stare in branco e identificarsi in esso, altre, invece, per vagare libere, individuando, solamente in sè stesse, il proprio riferimento.

Per la maggior parte del tempo, questo suo essere indipendente, la appagava e costituiva, pure, una fonte di orgoglio; per il fatto di riuscire a destreggiarsi nelle piccole sfide quotidiane e, a maggior ragione, in quelle straordinarie, con le proprie forze e capacità. Ma succedeva, in alcuni particolari momenti, che la sua condizione le diventasse pesante come un macigno. Allora, cadeva in uno stato di autocommiserazione e malediva il suo temperamento che le pregiudicava il sollievo di una parola di conforto, il calore di un abbraccio affettuoso, il supporto di un consiglio; piccole banalità, che in quei frangenti assumevano un valore sostanziale.

Forse, si trovava proprio in uno di quegli stati particolari, quando decise di regalarsi la compagnia di un cane. Il pensiero, colse di sorpresa anche sé stessa, poiché, pur rispettando gli animali, non aveva mai manifestato una particolare predilezione per alcuna loro specie e, in nessun momento, aveva sentito l’esigenza di possederne uno. Se non fosse stato per l’estenuante insistenza di sua figlia, quand’era piccola, nemmeno Leo, il paffuto e vivace pesciolino rosso, sarebbe mai entrato a far parte della sua cerchia familiare!

Quando fece ingresso nel rifugio per cani abbandonati e fu circondata da una ventina di esseri pelosi che dimenavano la coda e la guardavano con i loro occhi languidi, le si strinse il cuore; si chiese con quale coraggio e secondo quale criterio, avrebbe potuto optare per uno di loro e lasciare tutti gli altri al loro stato di abbandono! Tuttavia, il caso volle che non dovesse soffermarsi molto per prendere una decisione; quando un bastardino di media taglia, con il pelo corto a tre colori e le orecchie a punta, si separò dalla mischia, le corse incontro, le appoggiò le due zampe anteriori sulla pancia, rimanendo in piedi con quelle posteriori e la guardò con quel muso che poteva ispirare solamente tenerezza, capì che non doveva più scegliere perché era stata lei ad essere scelta.
Se lo portò a casa e, per un po’ di tempo, le sembrò che il suo compito fosse soltanto quello di pulire i suoi bisogni che depositava in ogni angolo. Con un po’ di pazienza però, la convivenza assunse un buon equilibrio; Macchia imparò a tenere pulito, in cambio di un paio di passeggiate al giorno e lei, dedicandosene con devozione, ne trasse dei benefici anche dal punto di vista salutare. Molto spesso, quando lo guardava, non poteva fare a meno di pensare che era uno dei suoi regali meno costosi ma, senza dubbio, uno dei più felici. “Peccato, solo, che non possa parlare!” aggiungeva poi, come se volesse precisare, che pur sempre di un animale si trattava e che, se ci fosse stato un vuoto da riempire, lui lo avrebbe potuto fare, soltanto, per metà.

Era stanca di leggere e la posizione seduta che teneva da circa un’ora, cominciava a infastidirla a livello lombare. Posizionò il segnalibro tra le due ultime pagine lette e posò il romanzo sul tavolino, vicino alla tazza di tè che aveva finito di bere. Il cagnolino, disturbato dal movimento della padrona, si svegliò, esordì con un profondo sbadiglio e, in seguito, si stiracchiò, allungando la muscolatura come farebbe un atleta prima della gara.

Matilde scostò la tenda e si affacciò alla finestra, per qualche secondo; il sole stava calando e il cielo aveva assunto le sfumature di rosso e di blu tipiche di una serena giornata di primavera che stava volgendo al termine.
Aveva sempre amato quella stagione; perché rappresentava l’allegoria del risveglio, faceva sbocciare le prime corolle, donava giornate più lunghe e tiepide. Tuttavia, negli ultimi anni, non aveva potuto fare a meno di notare che le infondeva una leggera tristezza. Si chiedeva se non fosse perché tutto ciò che si doveva svegliare, in lei, lo avesse già fatto a suo tempo e, la sua dimensione attuale, se pur di pacatezza e tranquillità, era come se si trovasse in uno stato vegetativo e non potesse più essere soggetta a sviluppi ed evoluzioni.
“La stagione che più mi è consona, oramai, è diventata l’inverno” sogghignava tra sé e sé, cercando di attenuare quella subdola e fastidiosa percezione di avere intrapreso, a passi lenti ma costanti, la strada che la stava conducendo verso il tramonto.

«Hai fame tesoro?» chiese al cane che le girava tra le gambe; gesto abituale che faceva quando voleva richiamare la sua attenzione.
«E va bene, prima della pappa ti posso concedere un po’ di antipasto» gli disse amorevolmente, dirigendosi verso il ripostiglio. Prese la confezione di crocchette e gliene versò una piccola dose nella ciotola. Macchia si proiettò su di essa e cominciò a inghiottire un boccone dopo l’altro, producendo il caratteristico rumore del cibo croccante che si frantuma.
Dopo aver dato un’occhiata all’orologio, pensò che sarebbe stato il caso di fare la quotidiana telefonata a sua figlia, per evitare di disturbarla durante i preparativi per la cena.
«Ciao mamma, come stai?» chiese Lidia, con la sua voce melodiosa.
«Sto bene. E voi? Selene è a casa? E’ da un po’ che non la sento».
«Figurati! A momenti fatico a sentirla anch’io! Ora è a danza».
«Mi chiedo come faccia a conciliare i suoi molteplici impegni con gli studi».
«Oramai è grande e ciò che fa è una sua libera scelta. Devo ammettere, però, che se la cava piuttosto bene in tutto, studi compresi. Ho sempre detto che assomiglia a te, in fatto di dinamismo e instancabilità!»
“Una volta, forse!” pensò Matilde, guardandosi bene dal riferirlo.
«Oggi è stata una bellissima giornata, quasi estiva, e ti ho immaginata intenta a piantare fiori nelle tue aiole. Ho pensato bene?» riprese Lidia.
«Hai indovinato, anche se ne ho comprati pochi. Quest’anno, grazie all’invernata mite, sono sopravvissute molte piante che sono già in fioritura. Persino la Veronica ha resistito ed è folta e rigogliosa! Ho aggiunto solo qualche pansé, per dare un po’ di più colore».
«Poco prima di te, ho sentito papà. Anche lui ha dedicato la giornata al giardinaggio e ha fatto riferimento alla scarsità di gelate di questo inverno che ha favorito la crescita dell’erba. Pensa, è già al secondo taglio del prato!»
«Ha certamente un bell’impegno con tutto quel giardino! A proposito di impegni, è meglio che ti lasci alle tue faccende, prima che torni Nicola e trovi le pentole vuote! Salutalo e dai un bacio alla mia nipotina. Ti voglio bene».
«Anch’io te ne voglio. A domani».

La comunicazione si interruppe e stette a guardare il telefono ancora per qualche secondo, prima di posarlo sul tavolo. Ogni volta che terminava di parlare con sua figlia, provava un certo senso di appagamento, per il fatto di averla sentita ma, in netto contrasto, percepiva anche una sensazione di incompletezza, come si può avere quando si è consapevoli di avere perso qualcosa di prezioso.

Aprì il frigo per prendere un paio di patate da fare bollire. Avrebbero costituito il contorno alla fettina di pollo che aveva fatto scongelare.
Mentre le lavava sotto il getto dell’acqua, un po’ meccanicamente, la sua mente vagava nel passato, prendendo spunto, probabilmente, dalla recente conversazione.
Erano passati più di vent’anni, ormai, da quando aveva sentito pronunciare, da suo marito, la parola “separazione”. Tutt’ora, quando pensava a quel momento, le sembrava di percepire lo stesso brivido che le pervadeva la schiena e, ancora, non sapeva spiegarsi il reale motivo per cui il loro amore si fosse spento quasi d’improvviso, come la luce di una lampadina a cui si stacca un filamento.
Quando si trovava in una fase positiva, si convinceva che il loro distacco fosse stata la conseguenza di una naturale evoluzione, avvalorando la teoria, secondo la quale, le persone sarebbero soggette ad un costante cambiamento dovuto al susseguirsi delle esperienze di vita e alla propria capacità di interiorizzarle. Se riferita ad una coppia, ciò poteva significare che, anche nel caso di esperienze vissute in comune, diverso potrebbe essere il significato a esse attribuito da ciascuno e, conseguentemente, diversi potrebbero essere i reciproci livelli di crescita. Andava da sé che due persone, inizialmente simili, con il trascorrere del tempo, avrebbero potuto ritrovarsi diversi e, talune volte, persino incompatibili.
Se il suo stato emotivo tendeva al disfattismo, invece, non lesinava ad assegnarsi gran parte delle colpe che potevano avere contribuito al fallimento del suo matrimonio. Biasimava il suo spiccato senso individualistico, che poco si addiceva alla vita di coppia, criticava la sua eccessiva gelosia, che la privava di spontaneità e detestava, in modo particolare, il suo lato intollerante, che enfatizzava ogni pur minimo disaccordo. In questo contesto, lei ne usciva da dispotico tiranno e il suo povero ex consorte, da innocente vittima predestinata, pur sapendo, a livello razionale, che entrambe le definizioni erano improprie ed esagerate e che ognuno di loro due, come di solito accade, doveva avere le proprie responsabilità.
Era da diverso tempo che non vedeva il suo ex marito. Pur abitando in due paesi limitrofi, le occasioni di incontro erano molto rare. L’ultima volta era successo circa tre mesi prima. Lei era seduta al tavolino della sua pasticceria abituale, intenta a leggere il quotidiano e a sorseggiare il suo cappuccino bollente e lui era entrato per ordinare un vassoio di paste. Se non fosse perché riconobbe la sua voce e d’istinto, alzò gli occhi verso di lui, incrociando il suo sguardo, probabilmente se ne sarebbe uscito senza nemmeno salutarla, come due perfetti estranei che in comune avevano soltanto quel breve, insignificante, contatto casuale.
Poche frasi, per lo più riferite alla figlia e alla nipote, un saluto frettoloso e poi, ancora, ognuno libero di fare le proprie scelte, di commettere nuovi errori, di innamorarsi un’altra volta oppure, a discrezione, di ergere una fortezza, nel proprio cuore, a inibizione di ulteriori deleterie delusioni.

Stava spolpando i ritagli di pollo, che successivamente avrebbe scaldato e unito a del riso soffiato, da dare, come pasto serale a Macchia, quando suonò il campanello. Si lavò velocemente le mani e le asciugò nello strofinaccio, mentre il cane saltellava e girava in tondo, agitato e felice per l’arrivo di un inaspettato ospite.
Alla porta c’era la giovane inquilina del piano superiore e, dietro di lei, discretamente nascosta, la sua bambina, dai riccioli biondi e i lineamenti delicati come una bambola di porcellana d’ altri tempi.
«Spero di non disturbare, stava forse cenando? Mia figlia mi ha dato il tormento per poter venire a salutarla».
«Ma quale disturbo! Vuoi entrare e stare un po’ con me e Macchia?» chiese Matilde, con un sorriso che le illuminava gli occhi, mentre posava una carezza sul suo capo.
Laura rispose al sorriso e guardò sua madre in cerca di approvazione.
«Se non le da fastidio, passo a prenderla tra dieci minuti» disse la donna, esortandola ad entrare.
Appena fu dentro casa, la bambina sembrò perdere l‘iniziale timidezza; si inginocchiò sul tappeto e, accarezzando il cane, che ben si prestava a quella dose supplementare di coccole, sì lasciò andare a un monologo in cui passò dall’esprimere il suo amore per gli animali alla descrizione dettagliata della sua giornata all’asilo, come se gli argomenti trattati avessero la più logica e sensata attinenza.
Matilde la ascoltava divertita, intercalando, soltanto, qualche piccolo commento, dimenticandosi delle patate che, probabilmente, stavano bollendo da troppo tempo.
Quella visita era sta una sorpresa, perché Laura era arrivata da poco e, sino a quel momento, si erano scambiate soltanto qualche saluto e qualche frase di convenienza. Tuttavia, sin dalla prima volta, aveva provato una forte simpatia per quella bimbetta educata e ciarliera e anche un po’ di compassione per la sua storia, di cui era venuta a conoscenza. Una storia oramai comune; di genitori che si dividono e di figli che, di conseguenza, ne pagano il prezzo. Forse era per quei motivi, o anche perché, in qualche modo, le ricordava sua figlia, che in cuor suo sperava che quello fosse l’inizio di una speciale amicizia. Perché, a volte, non serve molto a colmare un vuoto rimasto aperto per metà.

34 Comments

  • Ornella Nalon

    Davvero un grazie di cuore a tutti quelli che mi hanno votata. Il mio ego sta volando due metri sopra il cielo. 😉

  • isola

    Voglio lasciare il mio voto per questo testo, molto ben strutturato. Brava l’autrice.

  • Beltane64

    Voto per questo testo. Indubbiamente uno spaccato ben ricostruito di vita quotidiana.

  • massimo granchi

    Molto ben scritto. Brava Nalon. Il mio voto vs a questo racconto.

  • patrizia

    Voto questo testo.
    Brava Ornella, uno spaccato di vita affine a molte donne, un tocco di penna sensibile e determinato. Il tempo perduto o non vissuto a pieno, le parole urlate o non dette, la sensazione di sentirsi forte e la paura di non farcela da sole. Quante sensazioni albergano nel cuore della protagonista, ma su tutte, improvvisamente ecco arrivare la consapevolezza che da un avvenimento imprevisto, il vuoto si può nuovamente colmare.

  • Mi piace!! La protagonista assomiglia alla me stessa di una quindicina d’anni fa..e anch’io, allora, ho trovato la mia Liloo in un canile, per colmare un vuoto…un racconto delicato che mi ha quindi toccato molte corde…grazie…

  • Valentina

    voto questo testo. Scene di vita quotidiana descritte con parole dolci e semplici!

  • michele

    Complimenti, per il libro ben scritto e molto emozionante.
    Complimenti Ornella

  • Ornella Nalon

    Grazie Antonio, Cosimo, Franco, Stella, Francesca, Sonia, Luisa, Stefania, Angelica, De Giovanni e Mariulin ! 😉

    • Sabretta

      Voto questo testo non solo perché sono tua figlia o perché ho rivissuto, leggendolo, un pó della nostra vita e delle nostre emozioni più intime; lo voto soprattutto perché è un racconto ben scritto, delicato e ricco di considerazioni profonde sulla vita umana. Sarà apprezzato in modo speciale da chi è dotato di una sensibilità pari alla tua. Un bacio

  • Voto questo bellissimo racconto, poesia del quotidiano che riesce a trasmettere in maniera diretta la necessità primordiale degli esseri umani: trovare il proprio “cerchio magico”, le persone, gli animali, le cose che riempiono la vita e le danno un senso.

  • Voto questo testo.
    Buongiorno lettori, una mattina iniziata piacevolmente con la compagnia di questo racconto che con semplicità esprime le complicate vicissitudini della vita umana nella sua irriducibile concatenazione con la relazione. “No man is an Island” è la frase che sembra riecheggiare in tutto il racconto breve che ci illustra chiaramente la difficoltà del portare avanti un rapporto di coppia di qualunque tipo esso sia. La coppia genitoriale, la coppia coniugale, la diade madre-figlia, nonna-nipote.. Quello che è indiscutibile è la necessità umana di comunicare, di essere in due, di essere in relazione e, quando viene essa deprivata si apre la porta a un vuoto che deve assolutamente essere colmato. Complimenti all’autrice.

  • franco

    Voto questo testo. Un racconto scritto in modo semplice ed efficace. Complimenti!

  • Antonio

    Voto questo testo. Vicende semplici che si ripetono, scritte con la morbidezza con cui si accarezza un cane.

  • Elia

    Voto questo testo.
    Bellissimo racconto, molto toccante.
    Un invito a non disperare. Mai.

  • silvia

    voto questo testo
    bellissimo racconto da sempre il cane miglior amico dell’uomo e, più che mai dei bambini!

  • voto questo testo
    bello e significativo in molte delle sue parti, specialmente sui difficili rapporti umani di qualsiasi ordine e grado
    ma il finale ci insegna che la vita si ripete in mille modi e che basta poco per trovare un altra anima affine a cui appoggiare un pizzico delle proprie fragilità
    complimenti

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