Sogno o son desta?

(Tratto dal racconto Morpheus)

Il calore della notte è intenso, l’aria pesante quasi immobile, attraverso le fessure delle persiane socchiuse s’insinua la pallida luce della luna. Se apro gli occhi riesco ad intravederne i contorni: ha delle sfumature rosse, è bellissima e ammaliante ma non riesco a tenerli aperti a lungo, anche il respiro è diventato affannoso. Il letto è ormai del tutto disfatto, le lenzuola sono andati a finire per terra o forse aggrovigliate intorno a me, chi lo sa, chi se ne importa. Le sue spalle possenti sono praticamente tutt’uno con le mie mani che esplorano il solco della colonna vertebrale; mentre lo percorro lentamente come una stradina di campagna, ogni dosso, ogni cunetta che sfioro gli provoca un brivido d’eccitazione; gli afferro la testa affondando le mani nei folti capelli biondi e lo fisso negli occhi: sono annebbiati, come quelli d’un ubriaco; ma non è l’ebbrezza dell’alcol, è la passione che lo divora. Riesco a frenarlo quel tanto che basta a mantenere il gioco ancora più intenso, respira a fondo e si rilassa leggermente: mi toglie le mani dai suoi capelli e afferra i miei, sparsi sul cuscino, le sue mani mi artigliano la nuca, costringendomi ad alzare lo sguardo. Nell’oscurità gli occhi blu dardeggiano di desiderio, con l’altra mano m’inchioda le spalle al letto e comincia a baciarmi la gola, reclino la testa all’indietro assaporando ogni singolo bacio con un lento gemito di piacere. Potrei morire adesso. Comincia a scendere lungo il collo e ancora oltre, gli poggio le mani sul petto e lo spingo un po’ indietro: voglio che il gioco continui di più, ancora e ancora. Prende una mia mano tra le sue, mi bacia il polso e la poggia sul torace fermandola sopra il suo cuore che galoppa come un cavallo selvaggio.

Ci guardiamo ansimanti nell’ evanescente penombra lunare, non c’è bisogno di alcuna parola, i nostri gesti e gli sguardi parlano di passione e istinto primordiale. Mentre la mia mano è ferma sul suo cuore, la spallina della mia sottoveste di seta nera comincia a scivolare lentamente: non potrei fermarla neanche se volessi , la mano che la guida è esperta e perentoria, bastano pochi secondi per ritrovarla abbandonata sul letto insieme a ai suoi colleghi abiti. Sono ingorda, sono golosa, sono egoista: voglio che questo momento duri un’infinita eternità. Gli guido una mano lungo le mie gambe che fremono nervose, ma appena s’inerpica oltre la coscia gli blocco il polso inebriandolo con un bacio sul collo che sale lentamente fino alle orecchie.
I suoi gemiti mi esaltano, il potere che mi danno mi gratifica: in questo momento potrei fare di lui quello che voglio; ma in realtà è lui a tenere il gioco, in un secondo capovolge la situazione: mi passa un braccio sotto la schiena attirandomi forte a sé e mi ritrovo a guardarlo dall’alto, mentre lui steso sulla schiena sorride mostrando i denti bianchissimi tra le labbra morbide, umide e voluttuose.
Non è ora, non ancora; deve essere lento, deve portarci al massimo dello stordimento dei sensi.
Mi allungo su di lui, mentre la sua bocca ardente percorre ogni anfratto del mio corpo e tasto nel buio, tra le lenzuola ammucchiate, tra gli abiti abbandonati, sotto al cuscino, e infine la trovo. La notte ora è fonda, la luce lunare più intensa; si morde le labbra pregustando il piacere mentre mi osserva con la sua cravatta azzurra in mano avvicinarmi al suo viso, gli bendo gli occhi: è ancora lunga la nottata, la luna tramonterà solo all’alba. Un velo di sudore leggero e lievemente profumato gli bagna la gola mentre avvicino il mio viso al suo, assaporando entrambi frementi il gioco che ci aspetta.
I suoi occhi sono ora bendati, le braccia arrese aggrappate alla spalliera del letto; mi prendo tutto il tempo che voglio mentre perlustro lentamente i contorni perfetti della sua bocca. Un suono mi distoglie , sordo, rauco; eppure Zeus, il mio enorme labrador dorato si trova nella terrazza sul retro, magari intento anche lui a rimirare la luna; ma questo suono è troppo vicino, non viene dall’altra ala della casa. Sfioro i suoi capelli con la bocca e il rumore adesso è diventato un grugnito: mi distrae innervosendomi, sento sussultare il materasso e so che non sono i nostri corpi. Un respiro profondo, un rantolo e un colpo fortissimo sul mio naso. Mi siedo sconcertata sul letto e accendo la luce: a fianco a me, mio marito sospira e russa innocente, dorme profondamente, incosciente del colpo infertomi sul naso, provocato dal suo agitato rigirarsi nel letto nell’oblio del sonno. Gli allungo un violento calcio alle gambe che non provoca alcuna reazione se non un grugnito ancora più forte. Sospiro stremata e incredula; mi stringo nel mio pigiamone di flanella rosa con disegni di coniglietti, questo viaggio ammaliante è svanito.Cerco il bicchiere dell’acqua sul comodino e insieme ci mando giù due Tavor. Non è estate, non indosso la sottoveste di seta nera e non c’è nemmeno la luna.
Spengo la luce, mi rannicchio in posizione fetale con una mano in bocca e l’altra sotto al cuscino. Mentre le pillole cominciano il loro effetto ipnotico e i petali dei papaveri di Morfeo appesantiscono le mie palpebre trascinandomi nel suo universo, sfioro con la mano una striscia di stoffa e una cravatta azzurra emerge da sotto il guanciale come un serpente tentatore.

11 Comments

Comments are closed.