Quanto dura un giorno su Saturno di Marina Atzori

Fuori concorso

Sono cambiata. Da ieri più o meno. Un giorno è più che sufficiente per dire che ho voltato pagina. Ho camminato tutta la notte per rendermene conto. Mi sento su un altro pianeta, su Saturno, forse! Volete sapere quanto dura, esattamente, un giorno su Saturno? Dieci ore, 32 minuti e 44 secondi (tempo terrestre)! Non ce la facevo più a stare con lui, mi toccava stare su quei trampoli poi! Mai un giorno che potessi vestirmi come volevo io! Non sono una che si compiace, avrei voluto tirargliele quelle scarpe ieri, quando sono scesa dalla sua macchina nuova di pacca!Però, ad essere sincera una bella riga con una chiave… Ho solo afferrato la mia borsetta e me la sono fatta a piedi, pur di stargli distante! Io sono superiore a certe vendette! Il tradimento si supera, come fanno i camion in autostrada, ti spostano di qualche centimetro ma poi sei costretto a rimetterti in carreggiata! Piccolo particolare che si nasconde dietro la mia incazzatura da rinoceronte? Non sono mai riuscita a starci su quei maledetti tacchi, così a modo mio, me ne sono disfatta, gettando quelle scarpe nel primo cassonetto dell’immondizia che ho trovato! Mi è bastata una misera molecola d’ossigeno per iniziare a respirare a pieni polmoni aria di libertà; mi sono allontanata da lui guadagnando il buio della notte, senza paura, anzi più era buio, più mi piaceva! Mi sono distaccata, sono uscita fuori dal suo mondo per entrare in un varco tutto mio. Con il solo potere dell’immaginazione puoi fare ciò che ti pare, anche provare a dimenticare, magari descrivendo sensazioni tattili mai provate prima. Attraverso la porta di casa come un fantasma, mentre sopraggiunge la sacro santa voglia di lanciare contro il muro qualsiasi oggetto mi capiti a tiro. In nome del professato cambiamento mi sono seduta, in posizione meditativa con le gambe incrociate. Pare quasi mi abbiano ipnotizzata. Mi scopro persa in un’altra dimensione. I miei piedi scalzi analizzano la consistenza di ciò che fino a pochi istanti prima era per me un pianeta sconosciuto. Sento qualche minuscolo sassolino infilarsi sotto la pianta dei piedi, tra le pieghe delle dita, una sensazione strana sulla pelle, fastidiosa e stuzzicante allo stesso tempo, quasi a volermi entrare in circolo dappertutto, anche nelle ossa. Qui mi sento assolta dal ripugnante desiderio di perdonarlo; giro intorno al pianeta, solleticata da mucchietti di ghiaia sparsi. Provp un lieve fastidio si tratta del ruvido della terra che mi gratta i piedi proprio come farebbe l’asfalto della strada. È come se ci fossero altri piedi sotto ai miei, uno incollato all’altro in posizione speculare. Mi scortano sincronizzati, come un’ombra; non riesco a vederli, li avverto solamente da sottoterra, camminando, trascinando i miei passi incerti. Sembrano piedi vissuti, la pianta è grinzosa, sicuramente sono più affaticati dei miei, al punto da rallentarmi. Finalmente i miei piedi stanno calpestando qualcosa di imperfetto, sento persino una strana protuberanza, un callo forse, sotto il pollice destro, mi da noia, sembra sfregato dalla raspa di un falegname inesperto, tanto è ruvido al tatto. È come se qualcuno mi stesse accompagnando, qualcuno con impronte fatte di fogli di carta vetrata, che non vuole che usi le mani. Dove vuole portarmi? Un altra vita più vissuta della mia vuole insegnarmi cosa significhi sentirsi smarriti. La sensazione tattile fatta di pelle contro pelle, matura e rugosa, è appagante. Mi sento in qualche modo protetta da una sorta di massaggio distensivo concepito da una manciata di granelli di sabbia stranamente legati tra loro. Scalza, libera, accarezzo superfici disparate: a tratti sfioro quello che sembra il rovescio di un tappeto logoro e rozzo, subito dopo lambisco anche un sipario rovinato, è grossolano, lo spessore e la durezza sono quelli di un asciugamano invecchiato. Godo di questa sensazione fatta di grinze anomale. Ora tra le mani invece stringo un mucchietto di terra, sembra un cumulo di briciole di pane tostato. Una spinta decisa sotto di me impone forzatamente piccoli cambi di direzione, salite e discese fatte di scale legnose, zigrinate fatte di ritagli di bucce di agrumi, sono piacevoli a vedersi queste spirali di colori, anche se le sento appiccicose, scabre come la corteccia di un albero secolare, ad uno ad uno quei puntini irregolari, si lasciano sforare, danno l’idea di essere piccoli materassi; a toccarli sembra che quegli scarti li abbiano fatti essiccare insieme a minuti granelli di zucchero. Le mie mani si aggrappano alle corde spesse e ruvide di una mongolfiera e nel frattempo riprendo conoscenza. Dove sono adesso? Di chi sono le mani che mi sfiorano? Sento le sue labbra sulle mie, le riconoscerei anche in trance quelle piccole screpolature che adoro sentire con la lingua, una dopo l’altra, quelle imperfezioni divine mi mandano i brividi. È lui, è qui su di me, nel mio letto. Non sono cambiata affatto! Non me ne sono mai liberata…

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