11406451_1647948285427806_2853843276619402762_nLa chiocciola di Luisa Cagnassi

Tema: Viscido

Insieme al nonno stavamo tornando a casa da una gita domenicale, stanchi ma appagati.
Ciascuno con il suo cesto, contenente il risultato della raccolta mattutina.
Il giorno precedente era piovuto. La pioggia, con regolare cadenza, aveva accompagnato col suo ritmo battente il trascorrere di una giornata qualsiasi, nel rinverdire della primavera. Avevo circa cinque anni.
Ci eravamo fermati lungo la strada del ritorno per l’ultimo spuntino. Io, più che mai affamata, addentai quella rosetta di pane imbottita di salame, con grande golosità.
Arrivare su, procedendo sulla strada che conduce al Faro della Maddalena a piedi e fermarci prima del bivio per Pecetto, era stata un’avventura impegnativa.

«Guarda bene lungo i muretti di recinzione, lasciano la scia, non puoi non vederle!»
Mi aveva spiegato il nonno. Con solerzia, seguivo l’argenteo percorso bavoso della malcapitata chiocciola e, trattenendola delicatamente con le mie dita paffute, la infilavo dentro il paniere. Quella scia luccicante e viscida, mi procurava un imbarazzante ribrezzo, tuttavia non osavo confidarlo: volevo dimostrare di essere forte.
Ci sedemmo sotto un albero, adagiandovi alla base un paio di grandi pietre: due sedili per ripararci dall’umidità del terreno.
Seduta all’ombra, respiravo l’aria tersa della collina. Odorava di pioggia e terra, un odore caratteristico che i raggi del sole, trafiggendo il fogliame, rendevano unico.
La curiosità infantile, spinse la mia mano all’interno della gerla per esaminare da vicino una chiocciola; mi sembrò troppo strana, quasi un essere alieno giunto da lontani mondi sconosciuti.
La osservai minuziosamente mentre le altre compagne, strusciando una sull’altra, cercavano inutilmente di uscire dalla cesta. Le avevo adagiate su un letto di foglie, perché non patissero la fame. «Tienila sul palmo della mano, uscirà con le sue piccole corna, analizzala bene! » mi spiegò ancora il nonno.
Ecco che quell’essere astruso, cominciò a fare capolino, strisciando viscido sul mio palmo. Le sue antenne, parevano captare le mie onde fisiche, muovendosi in modo scoordinato; altre due più corte puntavano verso il basso. Tuttavia, al primo movimento brusco, se la sfioravo, si ritraeva timida dentro il suo guscio.
«Nonno, com’è strana! Mi fa un po’ senso però questa cosa schiumosa!» non le avevo mai viste prima e la sensazione lasciata dalla polpa fredda e scivolosa, suscitava dentro di me un che di contrastante: un senso di pena misto a disgusto.
Lasciai che attraversasse la mia mano strusciando lungo il polso, ma lei continuava a vomitare quella roba viscida che mi si appiccicava alla pelle: “che schifo”, pensai.
«Andiamo, mettila insieme alle altre che si è fatto tardi!» m’incitò il nonno e ubbidii come di consueto, nonostante avessi lo stomaco sottosopra.
Giunti a casa, mostrammo le prede alla nonna che parve essere molto soddisfatta.
«Cosa ne facciamo di tutte queste chiocciole?» domandai, sempre più curiosa.
«Oh bella questa! Le mangiamo no?» la guardai sbigottita pensando stesse scherzando.
«Mangiare quelle cose? Che schifo, sono vive!» La sonora risata della nonna mi fece capire quanto fossi ingenua. «Adesso ti faccio vedere cosa dobbiamo fare!» aggiunse.
Tirò fuori dalla dispensa un pentolone dotato di coperchio, vi buttò dentro alcune manciate di sale grosso e di crusca. Cominciò a sistemare le chiocciole, ponendole a strati nonostante loro tentassero di fuggire, ripetendo l’operazione e terminando con altro sale misto a crusca. Quindi vi pose sopra due grosse pietre per impedire una fuga di massa.
«Non possono respirare così, nonna!» l’avvisai e lei mi spiegò che era il sistema per “spurgare” il loro intestino prima di venire cucinate.
«Ma così muoiono, le uccidiamo!» realizzai inorridita. Mi sentivo un essere spregevole. Avevo contribuito, complice ignara, al martirio di quelle innocue creature.
Ne recuperai una appiccicata sotto il coperchio nel tentativo di salvarsi da quella agonia. Nella mia fantasia, mi sembrò di riconoscere l’amica analizzata la mattina.
Pareva che mi riconoscesse e non si ritraeva più come prima; mi contemplava avvinghiandosi viscida e bavosa alla pelle del dorso della mano, strusciando. Percepivo il movimento di quel muscolo freddo aggrapparsi spingendosi oltre, verso la salvezza. «Fai un po’ meno ribrezzo ora, ti voglio salvare: scusami non sapevo!» le sussurrai.
Le ritrovai sul tavolo irriconoscibili, due giorni dopo. Intravedevo all’interno del guscio, un impasto strano, verdognolo. «Sono cucinate alla parigina, così sono molto buone: assaggiale!» mi esortava il nonno. Io, mai e poi mai sarei riuscita ad assaggiare il frutto della strage compiuta.
Terminato il pranzo, uscii sul terrazzo dove avevo nascosto l’unica superstite, tra il verde delle piante coltivate dentro le fioriere di legno.
Un lungo segno argenteo lasciato dalla bava viscida e la scovai nascosta in un geranio: si era rifugiata lì perché più ombreggiato. Fu l’ultima volta.
Ora fortunatamente è una specie protetta.

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