In memoriam di Gabriella Grieco

Fuori concorso

Buio. E dolore.
C’è un mondo di buio e di dolore intorno a me e dentro me. Lo sapevo, me lo aspettavo, ma non potevo immaginarne l’intensità. Forse, se lo avessi saputo, avrei risposto di no.
“No, grazie, sto bene così, non fa nulla, davvero.”
In fondo, non mi obbligava nessuno. Ma… via il dente via il dolore, cosa fatta capo ha, prima inizi prima finisci e via di questo passo coi luoghi comuni che piacciono tanto alla gente.
Alla gente, a loro. Gli altri. Quelli che non sanno l’inferno in cui sono piombata, l’oscurità che divora le mie ore un interminabile minuto alla volta. Ignorano gli artigli che mi dilaniano il volto e mi straziano gli occhi, in una sofferenza che non è meno intollerabile solo perché scientemente, freddamente decisa. Col mio consenso.

Dolore freddo e bruciante, una contraddizione in termini. E il buio in cui sono immersa non aiuta ad attenuarlo.
Anche la solitudine fa la sua parte.
Non mi hanno abbandonata, no, non posso accusarli di questo. Ma ognuno ha il suo lavoro, i suoi impegni, la sua vita. Non gli resta molto tempo per me. D’altra parte, cosa potrebbero fare? È stata una mia scelta, una mia responsabilità e tocca a me affrontarne le conseguenze.
Almeno io non sono costretta all’immobilità.
Lo ricordo, quando accadde a mia madre. La rivedo ancora adesso, a maggior ragione adesso, supina e ferma nel suo letto, ogni minimo movimento misurato e controllato. Per giorni e giorni, la testa immobile sul cuscino. Io invece giro per casa, e pur senza vedere cammino, e tocco. Ho fatto le prove, prima. Ho imparato a conoscere le mie solite cose, i miei mobili, le pareti. Senza il dolore di adesso, ma al buio. Ho addestrato le dita a sostituire gli occhi.
Me la cavo abbastanza.
Quando la stanchezza ha il sopravvento – sono molto debole in questi giorni – mi siedo in poltrona. Se sono fortunata riesco persino ad addormentarmi. Un pochino.
Poi un tonfo leggero sulle mie gambe, un peso sulle ginocchia. Mi risveglio e supero il moto istintivo con cui cerco di sollevare le palpebre. Allungo le mani e tocco. Non lo vedo, ma ne sento il tepore. Lo carezzo. Il sommesso brontolio aumenta gradatamente di volume mentre sfioro con le mani aperte il corpo tenero del mio gatto. Il caldo che mi trasmette risale lungo le dita, sciogliendo il ghiaccio del mio dolore.
È un calore dolce e chiaro, che riscalda anima, cuore e mente. E mi fa dimenticare la mia malattia, la stessa che costrinse mia madre ad operarsi agli occhi, come me. Per non vivere in un mondo dove il tatto fosse il senso predominante.

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