Il caldo abbraccio d’una gelida notte d’estate di Anna Ciraci

Tema: Caldo

La sera calava sopra il calore di quel giugno rovente, la gente passeggiava per strada senza sfiorasi per non restare appiccicato all’altro, persino l’asfalto chiedeva pietà evaporando il bollore accumulato durante le ore di sole spietato.
Anche Giada s’era buttata fra le vie buie del quartiere, per cercare un angolo di contraria ristoratrice in vana.
Da lontano si udivano urla di ragazzini divertiti, che giocavano fra di loro allegramente, come se per loro il caldo neppure esistesse, sorrise Giada, al ricordo di quei tempi passati in cui la spensieratezza batteva ogni cosa, in cui senti che nulla, neppure il mondo intero, possa fermarti.
E giusto per ricordarle che non era più come loro, la sua anca cominciò a lamentare gli acciacchi di un’età che ormai aveva smesso di contare da anni, o gli affanni d’una vita passata sotto i colpi funesti di un marito sbagliato, oramai dimenticato e perso da un infinito tempo.

Così girò su se stessa e riprese il cammino verso quella casa vuota e sorda, perché di figli non ne aveva mai avuto, l’unica volta in cui rimase incinta quel maledetto vide bene di farglielo perdere a suon di calci sopra la pancia.
D’improvviso un vento gelido le passò sopra le gambe lasciate nude da un vestito di lino chiaro sotto le ginocchia. Guardò il cielo e si accorse che le stelle erano scomparse e già s’intravedevano nubi squarciate da lampi minacciosi. Sospirò al pensiero di un temporale rinfrescante e accelerò il passo per evitare lo scroscio.
Quando fu davanti al portone un lampo colpì dritto sopra la casa e tutto intorno divenne buio, una raffica di vento la fece rabbrividire, mentre cercava le chiavi del portoncino, l’acqua cominciò a scendere come fosse un muro di chiodi dentro la pelle, era già tutta bagnata e grondante quando finalmente riuscì ad aprire il portone.
Non si vedeva nulla nel pianerottolo dovette cercare la luce a tentoni ma a schiacciarla non si accendeva.
Le infradito da spiaggia erano pregne di acqua, udiva il loro scricchiolare a ogni movimento, seguì il ruvido muro fino alle scale, si attaccò al viscido corrimano, stranamente caldo sotto le sue mani congelate, non sapeva se per la paura oppure per l’acqua presa, e lentamente s’incamminò verso l’ultimo dei tre piani che doveva salire, in quelle condizioni.
Il suo ginocchio cedette al secondo piano, si sentì strappare dentro e la sua anca non resse il colpo perdendo lo scalino con tutta la ciabatta, tentò di poggiare il piede rimasto nudo ma, bagnato, scivolò all’indietro facendola sbilanciare in avanti. Picchiò il naso sullo spigolo di tre gradini più sopra rovesciandosi su se stessa come per fare la capriola e ruzzolando giù in fondo, fino al portone come fosse una palla, ancora cosciente, e accucciata, con i piedi sul vetro freddo della porta d’entrata e la guancia appoggiata sulla mattonella liscia dell’ultimo gradino, incastrata fra l’uno e l’altro col sedere per aria, nel buio profondo della notte. E intanto il suo sangue sgorgava a flotti dal suo naso ormai deturpato, sembrava un fiume, morbido e caldo, sinuoso sembrava quasi non volesse abbandonarla avvolgendola, per tenerla stretta come una coperta accogliente sotto quel ultimo gelido soffio che se la portava via.

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