Il quadro e i frutti nascosti

Tema: Il Quadro

Sto per traslocare da una minuscola baita sperduta tra le montagne. È giunto il momento di tornare tra i “vivi”. Prima di andarmene però, e lasciare questo posto, devo raccontarvi cosa successe quel giorno in cui rimisi piede qui dentro dopo tanto tempo. Inizio col dirvi che non fu affatto semplice. Stavo attraversando un periodo nero. La morte di mio padre mi aveva distrutta. Sentivo il bisogno di starmene sola, lontana da tutto e da tutti. Così sono partita e sono venuta a stare in una piccola borgata in cui ho passato gran parte delle estati, quando ero bambina. Volevo liberarmi dei brutti pensieri e tornare a respirare senza l’aiuto dei soliti buoni samaritani, senza dover rendere conto ad anima viva della mia scelta sofferta. Sì, insomma, ero stufa di quelli che sanno sempre come fare e cosa fare, cosa dire e cosa non dire al momento giusto. Non volevo avere la compassione di nessuno. E quando dico nessuno, intendo proprio nessuno. Quando uscii dalla porta di casa, mia madre ed io ci guardammo. Lei sapeva bene dove sarei andata e che non sarei tornata nel giro di pochi giorni. Lei sapeva tutto quello che c’era da sapere di me, persino che in quel momento volevo chiudermi nel mio dolore con la mia solitudine. Lo accettò, suo malgrado. Non ci pensai troppo, presi quattro cose e me ne andai. Partii, senza dover dare troppe spiegazioni. Mia nonna, quando era ancora in vita, me lo disse: “Questa catapecchia che tanto disprezzi, un giorno ti ritornerà utile, vedrai!” E aveva ragione da vendere! Anche lei, come mia madre aveva capito parecchie cose di me. Mi osservava mentre mettevo il muso perché ero in punizione. Dopo una serie di minacce col mattarello volevo sempre tornarmene a casa. Non mi perdeva di vista un secondo, quando passato il broncio mi lanciavo felice in una corsa liberatoria attorno alla fontana. Non durava molto la nostalgia. Andavo a caccia di lucertole e tutto passava. Adoravo gli alberi, i fiori e quella piccola casa che stava in piedi solo grazie ai suoi sforzi. Adoravo lei, in versione pacifica (senza mattarello), seduta fuori, a pulire la cicoria come se contasse tante piccole pepite d’oro. Adoravo quelle mani segnate dal duro lavoro dei campi, ma mai stanche. E poi c’era il suo grembiule costellato di piccole e grandi fragole stampate. Quanto mi piaceva! Una sera mentre fuori pioveva e il camino scaldava la cucina con il suo lieve tepore, le chiesi di quel quadro. Non sapevo di preciso cosa volesse significare per lei. Lo spolverava tutti i giorni con immensa cura. Ero certa che fosse importante, anche se non venni mai a conoscenza del motivo che tanto la legava a quel dipinto. Mi disse soltanto che c’entravano le cicale, le formiche, il vino e che mi avrebbe aiutato a superare il dolore quando ne avrei avuto bisogno. In effetti, quando tornai, fu la prima cosa che cercai con lo sguardo. Era sulla parete di fronte, sopra la stufa. Seppure fosse impolverato e trascurato, quella parete lo sorreggeva come per dovergli una qualche forma di rispetto incondizionato. Neanche l’oscurità riusciva a imbruttirlo. Quel quadro rappresentava i ricordi, belli e brutti. Il prima e il dopo che lei si ammalasse, e se ne andasse, proprio come mio padre; era l’unica macchia di colore che spiccava in quella stanza ed io mi perdevo in quell’arancione caldo e pungente. Quell’immagine viveva di luce propria anche di notte. Un bicchiere e due arance, solide, rotonde, brillanti. Non poteva passare inosservato. Era come se qualcuno che non c’era più avesse voluto lasciarmi una traccia di sé. Non c’era altro per i miei occhi, solo quell’opera d’arte che pareva parlare e mettere a tacere qualsiasi brusio di sottofondo. La nonna lo aveva lasciato lì, apposta per me e per il mio dolore. Con una pennellata di arancione sono riuscita a coprire il nero della sofferenza. Non mi importava quanto ancora sarei rimasta lì a comprendere il valore del tempo che passa e che non torna indietro portandosi via le persone senza chiedere il permesso. La luce del sole penetrava attraverso i vetri, rendendoli caldi. “Il mondo è là fuori, dove ci sono le cicale e l’arancione” diceva la nonna. Ma io non capivo.

Dopo circa un mese rientrai e portai con me quel quadro. Mi accorsi solo in un secondo momento di uno scritto sul dorso e lo lessi immediatamente.
“Le senti le cicale? Fanno un gran baccano. La Natura ti avvisa, ma tu non aver paura. Non averne mai. Sii silenziosa e laboriosa come una formica. Sii coraggiosa come un leone. Porta con te l’essenziale e abbandona il superfluo. Là dove c’è un frutto colorato, anche se aspro, là dove c’è del buon vino versato con maestria, c’è la vita, non scordarlo!”
Ho riflettuto molto sulle parole scritte dalla nonna, riuscendo con il tempo ad assaporare solo in parte il mondo fuori, proprio come si fa sorseggiando del buon vino versato con maestria. Per il leone però, è ancora troppo presto…

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