La scatola della notte

Il mattino del primo giorno le scatole arrivarono portate dai bambini. Nessuno seppe dire se le avessero trovate ai piedi del letto al risveglio, né come ognuno di loro ne conoscesse il giusto destinatario. All’alba, nonostante un vento gelido e la neve caduta abbondante durante la notte, decine di ragazzini sciamarono per le strade del paese e le consegnarono. Chi non si trovava a casa fu raggiunto al lavoro o mentre camminava per strada; altri ricevettero la loro alla stazione del bus, alcuni alla tavola calda. Tutti, nessuno escluso, fu raggiunto.
Dopo quel mattino nessuno rivide più in giro un ragazzino, ma a quel punto la cosa non aveva più alcuna importanza.
Le scatole erano tutte bianche e dalla forma più o meno squadrata. Tutte abbastanza simili, con leggere differenza nella sfumatura della tinta o negli spigoli più o meno arrotondati.

Tenendole tra le mani la sensazione fu subito di timore e curiosità e provavi per loro quello strano sentimento di appartenenza che il corpo prova per una mano, o per un piede.
Spinti dalla curiosità alcuni le aprirono immediatamente mentre altri, più cauti, preferirono luoghi appartati e nascosti, quasi come se un senso di pudore proibisse che altri occhi, oltre ai loro, potessero sbirciarne l’interno.
Dentro apparentemente non c’era niente, ma nessuno gettò via la propria scatola, anzi tutti la strinsero ancor più gelosamente a sé.
Al tramonto le strade si svuotarono rapidamente.
Tutti corsero a casa e sprangarono le porte, e serrarono le finestre. Qualcuno inchiodò delle assi per impedire a chiunque di entrare, o forse di uscire.
Infine arrivò la notte. Passarono alcune ore prima che qualcuno raccogliesse abbastanza coraggio da afferrare il coperchio e guardare di nuovo all’interno.
Racchiuso in quel minuscolo spazio incontrarono la notte più nera che gli occhi dell’uomo avessero mai visto. Una notte fatta di un buio nero, gelido, tentacolare. Una notte capace di nascondere ogni freno, ogni limite; e liberare ogni istinto.
La mezzanotte era trascorse da un po’ quando la gente del paese iniziò a uscire per le strade.
Curiosamente pochi furono i suicidi, mentre molti di più furono gli omicidi.
Ci furono stupri e saccheggi mentre incendi furono appiccati nel disordine e nel caos generale, senza che nessuno potesse, o volesse, intervenire.
Poi il cielo oltre le montagne iniziò a schiarire e i primi raggi di un sole pallido fecero capolino in lontananza e la gente rientrò alle proprie case, mentre le scatole vennero richiuse.
Poco dopo i sopravvissuti uscirono per strada come se nulla fosse accaduto. Indolenti e stanchi camminarono tra corpi senza vita e auto bruciate raggiungendo ognuno il proprio posto di lavoro.
Senza alunni a cui insegnare le maestre della scuola si riunirono nella biblioteca, mentre il macellaio, il cui negozio era bruciato durante la notte, trascorse la giornata seduto sul marciapiede di fronte alla vetrina in frantumi. Solo un gruppo di netturbini, aiutati da qualche infermiere, si dettero da fare. Raccolsero i corpi senza vita e li ammucchiarono al centro delle piazza del paese. Le scatole appartenute ai morti furono raccolte e gettate dentro alla grande fontana che stava davanti al palazzo del municipio. Poi, al tramonto, tutti rientrarono nelle proprie case.
La notte che arrivò fu peggiore della precedente. Le fiamme si levarono altissime mentre grida e pianti si mischiarono a risa folli e colpi di arma da fuoco.
Solo pochissimi al mattino uscirono dalle proprie case.
Siamo al tramonto della quarta sera e mancano solo due scatole dentro alla fontana. Domani non ci saranno più scatole da raccogliere e forse allora torneranno i bambini.

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