Il tesoro di Jonathan

Jonathan guardava nella vetrina di un grande negozio di moda, non gli importava niente degli abiti sui manichini, voleva solo vedere la sua immagine riflessa. Non fissò il suo volto scavato e neanche i lunghi capelli raccolti nella coda, che fissata con un elastico in cima alla testa gli conferiva un’aria mistica; fissò il suo nuovo rivestimento. Gli stava proprio bene quella giacca marrone, e anche il cardigan grigio, ampio, molto ampio come piaceva a lui. I vestiti profumavano di pulito, di sicuro erano più puliti di quanto lo sarebbero stati d’ora in avanti. Aveva trovato quei capi all’associazione “Noi per loro” che si occupava di chi era in difficoltà. Ma Jonathan non era in difficoltà, o meglio sì, ma perché lo aveva scelto, non se l’era ritrovato attaccato addosso quel nome di senzatetto. Un giorno aveva abbandonato il suo lavoro, aveva disdetto il contratto di affitto e aveva deciso che voleva passare le giornate al parco, sdraiato sull’erba, guardando le nuvole che si rincorrono e carpire tra i bisbigli le storie sui mondi che avevano sorvolato, sfiorato. Non voleva più correre. Voleva leggere, scrivere, suonare, volare senza alzare i piedi da terra, e non voleva più preoccuparsi del denaro: bollette, spesa, lavoro, basta. Da quasi dieci anni ormai quella era la sua vita, non beveva e non si drogava, semplicemente si fermava dove sentiva di voler stare e faceva quello che la sua anima desiderava. Si accontentava di poco: prendeva i libri in prestito, aveva un ombrello, mangiava alla mensa dei poveri o si permetteva un panino preso con i soldi dell’elemosina. Jonathan suonava il flauto traverso e in certi giorni riusciva a racimolare parecchi soldi: era bravo. Il suo pezzo forte era la “Bourée” tratta da una suite per liuto di Bach, ma eseguita alla Ian Anderson dei Jethro Tull, quando partiva la prima nota i passanti, come per incanto, si arrestavano ad ascoltarlo.

Ma oggi Jonathan aveva altre cose per la testa, l’autunno era già arrivato da parecchi giorni e il vento si era fatto pungente, doveva prepararsi al freddo, l’unico vero nemico, mostro informe e infido.
Si distolse velocemente dalla vetrina e abbandonò la sua immagine sul marciapiedi, svoltò veloce a destra e puntò verso il porto: doveva assolutamente recuperare il suo tesoro, il suo lasciapassare per l’inverno. E pensare che le sue sorelle avevano provato di tutto per toglierlo dalla strada almeno l’inverno, ma lui niente, non voleva neanche usufruire della piccola stanza nella casa degli attrezzi. Lui lo sapeva che quelli come lui non avevano sorelle e lui non voleva sconti, voleva godere di tutto senza lasciarsi corrompere, in fin dei conti voleva solo essere libero. Tra l’altro aveva un posto per l’inverno, lo aveva scoperto due anni prima, e non era frequentato da sbandati, si trovava sotto un grande palazzo, sul retro, dove c’era la zona caldaie ed era riparato su tre lati da spessi muri. Lì non pioveva, non ci passava mai nessuno e non si stava male.
L’odore di mare saliva dal porto, puzza di pesce marcio e di povertà, ma Jonathan non arrivò sino al mare, poco prima si diresse verso sinistra, verso la vecchia zona industriale: capannoni vuoti, erbacce fuoriuscivano dalle pavimentazioni e si riprendevano la vita. Macchinari vecchi e corrosi dal sale e dal vento, inutili, opere umane buone per un museo del futuro. Oltrepassò la prima via e cominciò a sentire il rumore delle presse, poche fabbriche sopravvivevano attive, ma a lui ne interessava solo una. Il rumore della pressa ora era assordante e Jonathan passò con noncuranza davanti all’entrata, degli operai uscivano fumando e trascinando la loro sacca, di corsa, sempre di fretta si avviavano alle loro case, alcuni schivarono Jonathan che seguendo il muretto di cinta stava raggiungendo il retro dell’edificio. Si fermò solo quando intravvide attraverso la rete il suo tesoro: scatoloni, grandi e col cartone bello spesso. Sentì salire l’eccitazione e fiutava già il calore. L’apertura nella rete non era stata riparata dall’anno precedente, ora doveva solo aspettare il calare del buio. Jonathan non era un ladro, aveva una morale severa, infatti quei cartoni erano degli scarti, la fabbrica produceva scatoloni e quelli davanti a lui erano usciti difettosi ed erano destinati al macero. Appena dopo l’imbrunire si intrufolò nel cortile e prese due cartoni ripiegati, li ripiegò ancora non senza difficoltà e sparì in un attimo col suo tesoro.
Il tesoro di Jonathan erano due scatoloni, grandi e spessi, uno era la sua casa, aperto poteva contenerlo quasi disteso, il secondo era la sua coperta.
Nella fabbrica qualcuno vide quell’ombra furtiva nei baluginii della sera, vide quella giacca e riconobbe quella coda, si voltò, non disse niente e non risuonò nessun allarme. Un po’ più in là Jonathan sentì solo un fischiettio che intonava la “Bourée”.

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