Un motivo nuovo

Sono tornata qui per tante sere ad aspettare, ad aspettare… No, non te! E’ sciocco credere che tu possa tornare: queste cose capitano nei film.loblundo
Tu non verrai più, eppure io, da quando sei andato via, sera dopo sera, sono tornata qui, nella pace di questo silenzio marino, nel tentativo di capire perché non hai voluto darmi ascolto.
Volevi un motivo! O meglio, tu dicevi: “Mi serve un motivo, un motivo, anche semplice e riuscirò di nuovo ad andare avanti, riuscirò a risalire la china.”
Nel tuo animo si era installato un tarlo e, senza che te ne rendessi conto, pian piano ha roso la tua fibra e sei disceso dal piedistallo nel quale gli anni ti avevano posto, e ti sei annichilito psicologicamente, ti sei rimpicciolito anche fisicamente.

Mi chiedevi a cosa ti servisse vivere. Gridavi che, per te, sarebbe stato meglio farla finita.
“Dammi un motivo, e vedrai cosa sarò in grado di realizzare: tornerò a vivere!”
Un motivo? Chiedevo. E ti inquietavi perché non capivo. E, ora lo so, avevi ragione: perché, io, non capivo!
Credevo volessi un motivo valido per uscire dal tuo stato di, quasi voluta, impotenza.
Credevo volessi un motivo che ti facesse riapparire la vita vivibile.
Le nostre litigate? Tutte incentrate su quello: tu non volevi più vivere perché non avevi un motivo valido.
Invece io ti mostravo quanto fosse bella la vita, per tutti, non solo per quelli baciati dalla dea bendata, ma anche per i deboli, gli sventurati, i ciechi, i sordi i poveri, quelli a cui manca il pane quotidiano, quelli che, per i più diversi motivi, hanno perduto un tetto, un lavoro, una famiglia, perché un terremoto, un incendio una slavina, un parto disgraziato, insomma tutti i tipi di mali che possono capitare al mondo, li avevano resi sventurati.
E tu, cosa vuoi? Proseguivo rancorosa mentre il mio tono di voce si alzava al di sopra dei decibel consentiti dal vivere civile in un condominio.
Tu? Nulla, silenzio!
Sempre più chiuso in te stesso, in un’inazione che, infine, mi ha scombussolata al punto tale che, una sera, ho sbattuto la porta di casa nostra e sono andata via. E l’ho fatto altre volte. A modo mio volevo reagire davanti al tuo dannato rifiuto di continuare a vivere.
Perché non mi parlavi più?
Perché ripetevi sempre e solo, come un mantra… negativo… “non sento alcun motivo che sia in grado di farmi rivivere”.
Non ti sei scosso nemmeno la sera in cui sono tornata sbronza e poi ho vomitato lungo tutto il corridoio prima di giungere in bagno, mentre vomitavo parole contro la tua assenza mentale da ciò che ti accadeva attorno.
Forse devo dirtelo finalmente: quelle parole, che vomitai assieme alla bile, erano per lo schifo che mi facevo, e che mi facevi, perché solo per colpa tua ero caduta nell’amplesso di un altro che non eri tu.
Quando ho finalmente accettato la tua assenza, quando ho cercato di capire che te ne eri andato tra i flutti di queste onde, perché non avevi voluto più vivere, finalmente, ho deciso di dare ordine alla mia vita e ho iniziato dal dare ordine alle tue cose.
Ho raccolto tutte le tue musiche, quelle che aspettavano di essere suonate da te e, seduta al pianoforte, ho ritrovato la tua anima, anche se lacrime di tristezza mi impedivano di leggere le note, mentre mi domandavo perché non avevi trovato un motivo valido per andare avanti: avevi la tua musica, non era un motivo sufficiente?
Poi ho trovato un foglio, scritto a matita: note buttate lì, svolazzanti al di fuori di un pentagramma, e, sotto, queste tue parole: “La mia mente non riesce più a partorire una musica che valga la pena di essere tale. Non trovo più un motivo musicale che mi coinvolga al punto da costruirvi attorno un qualcosa che abbia la dignità di chiamarsi musica. La mia mente non sa partorire nemmeno un motivo nuovo. Forse è così che si impazzisce!”
Eccolo il tuo foglietto: lo tengo qui stretto tra le mani. Non so come interpretarlo: è la tua confessione, il tuo testamento? O forse è il segno della tua disperazione per non essere riuscito a esprimerti a parole, ma volevi che io capissi?
Io non ti ho capito!
Mi dicevi che avevo il vizio di giocare con le parole, forse avevi ragione, ma tu mi hai superato. Tu non cercavi un motivo per vivere, ma avevi bisogno di un motivo musicale, un qualcosa che superasse tutto ciò che la tua mente aveva già partorito e le tue mani avevano già suonato.
Non tornerò più, qui, dove ti hanno trovato ormai esanime, ma voglio lasciarti questo scritto.
Forse nel luogo di pace nel quale, penso, ti trovi, riuscirai a mettere, su un pentagramma, queste note che sembrano farfalle in attesa di poggiarsi e allora, credimi, riuscirai a trovare il motivo per la tua composizione più sublime, quella che la tua mente e il tuo cuore terreno non hanno saputo trovare.

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