Rustica progenie semper villana fuit

Fuori concorso

Per un momento ho temuto di soffocare. Una risata prepotente e sfacciata cerca di varcare il confine delle mie labbra mentre io tento disperatamente di trattenerla.
Non credo alle mie orecchie, Paul è caduto nella trappola, ha abboccato all’ amo.
Non avrei mai pensato che arrivasse a tanto. Per la terza volta stava mettendosi in competizione con me, per la terza volta, per mettersi in mostra, stava cercando di condurre un’indagine parallela alla mia.
Il caso non era un’opzione plausibile. La prima volta, avevo pensato al gesto di un insolente cui la vita aveva dato, bontà sua, una chance e gli aveva permesso di trovare un lavoro e frequentare persone decisamente al di sopra del suo livello sociale.
Cosa ci si può aspettare da uno nato e cresciuto a Whitechapel, un quartiere degradato e malfamato dove prostituzione e malaffare regnano sovrani?

Eppure un tempo avevo cercato di aiutarlo, di farlo integrare in un contesto tanto diverso dal suo da mettergli soggezione.
Ricordo ancora il giorno in cui, appena adolescente, aveva varcato la soglia del mio studio accompagnato dalla madre, una donna corpulenta e sdentata che in gioventù era stata a servizio a casa dei miei nonni e che ora veniva ad elemosinare un posto di lavoro per il figlio.
Il ragazzo non sapeva né leggere né scrivere. Cosa mai avrei potuto fargli fare?
Non so bene perché, eppure lo avevo preso con me. Lo avevo fatto studiare e lo avevo affidato ai miei collaboratori perché lo istruissero affidandogli piccole indagini che, ad onor del vero, svolgeva dimostrando sempre intuito e perspicacia.
Col tempo era entrato a pieno titolo nel mio staff.
Nel mio studio esisteva una regola e mai nessuno dei miei assistenti aveva osato violarla: bisognava lavorare sui casi assegnati e non intromettersi su quelli che riservavo per me.
Il giovane Paul sembrava non conoscere la disciplina e aveva violato la regola non una, ma due volte. Devo ammettere che il suo contributo, se pur non determinante, era stato di una certa utilità, ma non per questo meritava che lo perdonassi. Per alcune settimane non gli affidai nessuna indagine. Poi decisi di metterlo alla prova e inventai un caso che coinvolgeva, udite udite, un membro della casa reale.
Lasciai sulla mia scrivania alcuni appunti nei quali dicevo che stavo conducendo un’indagine su Jack lo squartatore e che la pista che stavo seguendo portava dritta alla corte della Regina Vittoria. Ebbene lo stolto era caduto nella trappola e si era messo a pedinare l’uomo che avevo indicato come sospettato, il Duca di Clarens un mio amico al quale avevo chiesto aiuto per smascherare l’arrogante impiegato.
Ora Clarens è nel mio studio, tra poco farò chiamare Paul e metterò fine a questa storia.
Immagino la sua faccia quando entrando vedrà seduto di fronte a me “Jack lo squartatore”.
Capirà che gli ho teso un tranello e che da domani non avrà più un lavoro.
Sono certo che mi implorerà di perdonarlo, ma perché io lo faccia dovrà darmene un valido motivo, cosa che, alla luce dei fatti, credo sia impossibile.

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