GabriSyb

“Schegge di specchi gemelli… … ghiaccio dei poli contrapposti… … alito di ostro e tramontana… … un frammento di zenit e nadir… … e quattro gocce di sangue”

È colpa tua. È sempre stata colpa tua. Non ti ho mai sopportata. Se tu non ci fossi stata, la mia vita sarebbe stata più facile.
Non lo sapevi? Ma non dire cazzate, per favore! Io sono convinta che l’hai sempre saputo, ma siccome ti piace vedere l’altrui sofferenza, hai sempre fatto finta di ignorare il male che mi hai fatto.
Comunque, se davvero l’hai dimenticato, ci penso io adesso a riportarti alla mente tutti gli episodi in cui ti sei intromessa e mi hai ferita. Già, ferita. Perché anche io posso essere vulnerabile, sai? Sotto questa grinta che indosso come un’armatura, sono fatta di carne e di sangue come tutti.
Ma andiamo con ordine.
Ti ricordi quell’estate di tanti anni fa, quel pomeriggio in cui io camminavo con mia sorella sulla stradina assolata che portava al mare? Ti ricordi di zia Maria (la stronza!) che si affacciò al terrazzo e le disse con voce suadente: «Rosalinda, vieni un attimo su…» mentre io rimasi giù ad aspettare? Non ero stata invitata, io, non ero la nipote prediletta, io.
Non lo dimenticherò mai il sole cocente che mi picchiava sulle spalle mentre orgogliosa e superba facevo finta di niente e aspettavo che mia sorella tornasse giù. Con una banconota da diecimila lire mezzo nascosta nella mano – perché lei un po’ si vergognava della preferenza. Tu c’eri quando io voltai la faccia dall’altra parte mentre le dicevo che non me ne importava niente. Tu le avevi viste le lacrime che bruciavano più del sole e che non ero riuscita a trattenere. Mia sorella no, non se ne accorse – ero brava a fingere – ma tu le hai sentite scorrere una per una a ferirmi il viso. E non hai fatto niente per impedirlo.
E ancora…
Ti ricordi quei Natali in cui l’unico regalo che ricevessi dalle mie care zie – così “amate” che ancora oggi, quarantacinque anni dopo, se le nomino mi si inacidisce il cuore – era un fazzoletto di cotone? Anche allora, anche allora io facevo finta. E poi mi chiudevo in bagno a piangere perché nessuno mi vedesse. Tu sapevi, però.
E ti ricordi di quell’altra estate, quando il mio cane morì, e io ero lontana con i miei? Nessuno ci aveva ancora fatto sapere niente, ma all’improvviso un’ombra calò nella mia mente e io seppi con assoluta certezza che Axel era morto. Io me lo ricordo come fosse ieri, eravamo in quei bizzarri calessini a pedale della riviera romagnola. Io, mia sorella e mio fratello. Non si erano accorti di nulla, loro non l’avevano vista quella nube temporalesca che mi opprimeva il cuore. Ma c’eri anche tu.
Dov’eri, in quale angolo ti eri nascosta a godere del mio dolore, e di me che all’improvviso non riuscivo più a sorridere, né a cantare? Tu eri l’unica a vedermi, vedevi la tristezza che cercavo di nascondere e che dolorosamente appannava le mie ore. E neppure allora hai fatto nulla per aiutarmi. Anzi.
E ancora, quando cercavo di spiegare a mio padre quanto fosse importante per me l’equitazione, e l’ebbrezza che mi dava saltare gli ostacoli in corsa – la siepe, la gabbia, e la doppia gabbia!, ah l’adrenalina di quei tre salti consecutivi, che mi sembrava di volare da un ostacolo all’altro! – e la sintonia col cavallo che ci faceva sentire due corpi e un’anima sola… E io mi ero preparata tante belle frasi, serie e sicure e ferme per opporre la mia passione alle sue paure. Ma c’eri tu, e la mia voce tremava e le parole mi morivano in gola.
Maledetta!
Ma adesso che sono adulta e sicura di me, e posso tranquillamente abbandonarti alle mie spalle senza nessuna remora, oltrepassando gli anni e il dolore che mi hanno condotta a questo punto, dimmi: «Per quale motivo non dovrei farlo? Per quale motivo dovrei continuare a sopportare la tua presenza? Dammene almeno uno, uno solo per cui valga la pena!»

«Perché io sono te. Io sono la tua sensibilità, la tua emozione. Senza di me non saresti mai diventata quella che sei. Io sono la tua parte migliore.»

8 Comments

Comments are closed.