Un senso al sorriso

Gusto scelto: Mozzarella

A volte, in una giornata di dolce sole primaverile che accarezza cose e persone, capita di sentirsi in pace con se stessi.
Se sei a casa, ti vien voglia di fare i lavori che la pigrizia invernale ti ha impedito di fare.
Se, invece, esci, può darsi che ti accorga che sulle tue labbra si è posato un sorriso lieve destinato a ciò che ti circonda.
Poi, quel sorriso ti si smorza perché ciò che vedi disturba la tua serenità: a terra c’é una donna che appare invecchiata anzitempo, la sua pelle è rugosa non per la vecchiaia ma per i troppi digiuni; vicino a lei c’è un insieme di stracci.
Lei mi guarda intimidita, e, vergognosa di mangiare in pubblico, ingoia svelta qualcosa che ha in mano.
Poi sposto lo sguardo sugli stracci e vedo che si tratta di un bimbo: il suo volto, troppo scuro per essere abbronzato, è uno dei tanti che la TV impietosa, ci ammannisce mattino pomeriggio e sera, proprio durante le ore canoniche dei pasti e tu distogli lo sguardo dal video, con fare annoiato, e ingolli un morso di ciò che riempie il tuo piatto.
Quel bimbo tra le mani regge qualcosa di bianco e, mentre affonda i suoi dentini in quella piccola massa, due rivoli bianchi gli scorrono dai lati delle labbra.
Come incantata guardo il vivace contrasto tra quei due colori, bianco e nero ed ecco: al di sotto di quella massa bianca, lui mi sorride, sorridono anche i suoi occhietti bruni.
Senza volerlo, per pura educazione, ricambio il sorriso, poi mi blocco delusa: il sorriso non é diretto a me, ma alla goduria che prova in quel momento.
Può un attimo riportarti indietro nel tempo e srotolarti la scena di un film vissuto e poi dimenticato in un cassetto della tua mente?
Può! Si! E’ accaduto a me in questa mattina di sole, quando mi sarebbe bastato guardare altrove per evitarmi la visione che aveva spento e riacceso il sorriso sulle mie labbra.

Quando avevo circa dieci anni, in gita scolastica, le maestre condussero noi alunni di quinta a visitare un luogo incantato: un laboratorio dove, dal latte bianco che riempiva enormi pentoloni argentati, le operaie ricavavano le mozzarelle.
Non so cosa avessi immaginato sino allora sulle mozzarelle. Sapevo soltanto che venivano fatte con il latte che vedevo ancora sgorgare quando, sulla nostra tavola, mia madre la tagliava a pezzi.
Ma tutto acquistò un modo diverso di considerarla quando vidi il procedimento che, dal latte, proprie nelle mie mani, portò una mozzarella che mi sembrò la più grande e invitante che avessi mai vista.
Potevo? Certo! La maestra era premurosa e ci invitava a mangiarle, ma attente a non sbrodolarci col latte.
Io la mangiai, ovvero l’addentai con voracità. Il secondo morso però, lo diedi con dolcezza perché in me era avvenuto un fatto strano: mentre affondavo i denti nella massa, incurante se potessi sporcarmi col latte che sfuggiva alle dita, avevo provato una sensazione di infinito; se avessi sentito una musica celestiale non mi avrebbe procurato lo stesso effetto.
Mentre contemplavo quella massa, che purtroppo diminuiva nella mia mano, ringraziai la maestra per averci portato in quel posto.
“Ah! Ti piace così tanto?”
“Si, si, è buonissima ha il sapore della mamma!”
“Che dici pazzerella!” E rise, di una risata bella, ed era contenta perché mi carezzò sul capo.
Da allora, sempre, quando mangio la mozzarella provo un brivido di piacere, che, tuttavia, non avevo mai legato al ricordo di quel momento vissuto da bambina.
Perché mi è venuto in mente adesso?
Semplice: perché nel sorriso di quel bimbo, non rivolto a me, ho letto il piacere che provava nell’affondare i suoi dentini al bocconcino che reggeva in mano. Notai che non dava un morso ma piccoli morsetti; notai che si appoggiava alla madre e capii che voleva prolungare quel piacere. Avevo appena superato quei due quando mi trovai vicina a una salumeria.
Mi venne un istintivo bisogno di provare quell’antico piacere che avevo visto rinnovato in un bimbo.
Entrai e comprai una mozzarella: chiesi la più grossa.
“Mezzo chilo va bene?”
“Si, va bene!”
Pagai, stavo per uscire ma mi fermai al pensiero che poco distante dalla salumeria un bimbo si era accontentato del piacere di un bocconcino.
Che stupidaggine avevo fatto! Nonostante le mie smanie dietologiche, mi ero comprata un mozzarellone e invece là fuori quel bimbo centellinava un bocconcino!
Quel bambino di sicuro aveva fame, eppure non mangiava ma gustava quel cibo così scarso.
Io invece? Quante volte, davanti un televisore sul quale avevo visto centinaia di volti di bimbi, avevo mangiato senza dare un senso a quel che facevo. Anzi, se talvolta avevo fame non era per mancanza di cibo ma per motivi molto meno dolorosi: ero alla ricerca di un’estetica che mai sarebbe arrivata.
In quel momento compresi cosa sia la vera fame e cosa sia il rispetto, che fame o non fame, si deve dare al cibo.
Comprai un bocconcino, pagai e, contenta, uscii al sole primaverile.
Tornai indietro; giunta all’altezza della donna le sorrisi e le regalai la mozzarella più grossa che suo figlio avesse visto sino a quel momento.

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