Un salto al di là della tazzina

Gusto: Caffé

La mente a volte è bizzarra, basta poco per risvegliare episodi sommersi e inghiottiti dal tempo: una parola, un profumo, una tazzina da caffè…
Ero davanti al bancone del bar di sempre, quello a un passo dall’obliteratrice, osservando cupa e ancora un po’ assonnata il cucchiaino che rimestava lento e stanco i granelli bianchi che si confondevano col colore scuro e intrigante della schiumetta del mio primo caffè del mattino.
Quando all’improvviso un soffio d’aria mi porta al naso il suo profumo, catapultandomi in un paesaggio estraneo a quello, ma così familiare, da acquietarmi l’anima e facendomi sospirare in modo malinconico.
Me lo ricordo ancora non ostante il tempo infinito che sembra essere passato.
C’era ancora mio padre e viveva anche mia madre.
Passavamo sempre le ferie in una casetta in campagna, appena fuori dal paese, circondati dal colore rosso vivo della terra e dal suo profumo di pioggia e di mosto, di fichi d’india e di capperi, mischiato all’aroma d’ulivo e di mandorlo e solo infondo sentivi l’inebriante fragranza del mare.

La mattina come di consueto, prima di scendere a mare, si passava in paese al “Bar del Francioso” per bere il caffè, era diventato un rituale ormai radicato profondamente nelle abitudini familiari, come la tavolata di tutti i parenti riuniti sotto la veranda, con le immancabili tartine delle zie zitelle, sempre uguali anno dopo anno, le zie ovviamente non le tartine.
Il locale non aveva un parcheggio vicino, si era quindi costretti a lasciare l’auto fin sotto la via principale e arrampicarsi lentamente tra le viuzze in salita che confluivano tutte verso la piazza centrale. Ogni volta prendevamo una strada diversa per ammirare gli angoli nascosti del piccolo borgo abbarbicato sulla collina, archi di pietra che aprivano varchi in corridoi talmente stretti che non si riuscivano a percorrere in fila per tre; scalinate infinite che sfociavano in larghe piazzette, dove la gente la sera si ritrovava seduta sulle sedie, per chiacchierare col vicino di casa (o di corridoio secondo come si voleva vedere la situazione) i rampicanti dai fiori rossi, mai saputo come si chiamavano, che partivano da una finestra e finivano a quella di fronte, gli scalini che dovevi scendere per entrare nei ristoranti scavati direttamente nella roccia…
Una meraviglia dietro l’altra da perderci il fiato e senza neppure avere ancora bevuto il caffè.
Detto così sembrava un’immane fatica, ma la scalata era guidata dall’amaro e intenso profumo del Vero signor Caffè. A ogni passo lo sentivi penetrarti dentro e tirarti verso la cima, un caldo abbraccio che ti avvolgeva fino a sollevarti da terra e farti volare.
Arrivavi estasiato dal poderoso aroma davanti al bancone di marmo nero ramato d’argento, di fronte a questa maestosa macchina argentata e luccicante, una vera visone, e senza accorgertene avevi già ordinato il tuo caffè, bramandolo come fosse l’unica cosa al mondo capace di risvegliare ogni tuo senso e appagarlo nello stesso momento. In quei trenta secondi che passavi a girare il cucchiaino già pregustavi l’essenza e dopo, semplicemente l’idillio.
Ho sorseggiato quel caffè gustandolo come un vino pregiato a occhi chiusi e un lieve sorriso sulle labbra.
Nel poggiare la tazzina sul piattino ho riaperto gli occhi e ripiombando nuovamente nella giornata di sempre.
Il sorriso però l’ho mantenuto, ho timbrato il cartellino con quel sorriso e quel giorno è stato diverso.

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