Sete

Gusto scelto: limone

Matteo non c’è più. Insieme a lui, me ne sono andata anch’io. Il tempo ha lavorato male stavòlta. Mi rincresce per lui! Oh non sapete quanto! Non ve lo potete proprio immaginare. Cosa ne può sapere il tempo di quanto abbonda la sofferenza, dove già ce n’è dell’altra. Il tempo è un vigliacco, limitato e tiranno, ci sguazza dentro all’inferno dell’anima, si infila come la muffa negli angoli, come le ragnatele sui muri, quelle in alto, impercettibili all’occhio umano, ma incollate alle pareti della mente.
Un incubo mi perseguita. Mi sento in trappola. Le parole girano nelle mie tasche come una manciata di bottoni, tutti diversi, il rumore è snervante. È come se mi avessero strappato i vestiti di dosso, mi hanno lasciato solo quelli, non ho più né ago né filo, soltanto dei maledetti bottoni. Non so come proteggermi, non so quali parole pronunciare, non so neppure se vale la pena di respirare ancora. Sì, perché se non si è in grado di calpestare il passato diventi niente. Diventi uno che non sa, un ignorante bello e buono, uno senza il dono dell’ipocrisia, uno che la vita l’ha sopraffatto, uno che non ha scelta. Non dormo da giorni, mi scivola tutto di mano, bicchieri, monete, chiavi che fatico a raccogliere. Mi sento persa in un labirinto. L’immagine è sempre quella: un albero pieno di limoni, i frutti sono di un giallo che non saprei descrivere, si tratta di quelle sfumature di cui solo la natura ha diritto di essere padrona; non riesco mai a raggiungerlo, è circondato da un campo ricoperto di ortiche con spine giganti, io sono scalza e ho una sete tremenda. Una sete che toglie il fiato, provo a calpestare quel verde urticante per raggiungere anche solo uno di quei fottuti limoni, ma niente! I piedi si gonfiano a dismisura non appena faccio qualche passo in più per raggiungere quell’albero maledetto. Cado a terra stremata dai tentativi, ma la pietà non è contemplata neanche per sbaglio. Poi, apro gli occhi, sono sudata come se avessi corso mille miglia, la vista è annebbiata ma l’immagine del volto di Matteo la intravedo, come fosse lì, stampata sul cuscino. Il nostro era un amore difficile, incastrato e impoverito dall’odio di altra gente, che non lo ha mai approvato, che l’ha sempre giudicato. Già! Matteo era l’amore della mia vita, adesso lo sapete. Lo sa il mondo intero, perché il dolore urla come un folle quando viene stuzzicato, tu non senti più nulla, ma in realtà lui, silenziosamente ti sta divorando, come quei piccoli animaletti che corrodono il legno, piano piano non resta niente, solo polvere. Questa è la punizione che merito perché non l’ho amato abbastanza, non gli ho dato un’opportunità, magari neanche la voleva, ma il coraggio è mancato a me, a nessun altro, questa è la pura verità. So che voleva me e una vita nuova, diversa, non con lei, ma con me, ma non ho voluto ascoltare, sono stata sorda di ogni suono, nascosta in un bosco oscuro come un pozzo. Adesso mi lascio vivere di rimpianti per non aver ascoltato una musica nuova, quella della sua voce mentre diceva di amarmi. Sono sempre stata nell’ombra, a camuffarmi nei temporali, sotto un ombrello troppo piccolo per non sentire la pioggia sul viso confondersi con le lacrime, ho camminato su marciapiedi troppo stretti per poter stare in equilibrio. Non l’ho salutato, non ce l’ho fatta, non ho potuto, sarebbe stato troppo dire addio. Adesso sono io che so cosa vuol dire morire pur vivendo per forza, in mezzo al resto, in mezzo alle cianfrusaglie inutili dei cassetti, sulla falsa riga dei ricordi, in mezzo ai profumi e ai colori degli agrumi della sua terra. Vivendo, ma che dico! Chi vive più! Chi ce la fa a vivere senza qualcuno che ti ama più di se stesso, che avrebbe abbandonato tutto per te, anche la vita stessa. Questa è la sete signori miei! Rido annegando nella disperazione, perché questa sete è unica, non verrà mai appagata dal succo di un agrume dal sapore acido. Le mie labbra non riusciranno mai più ad assaporare l’aspro di un bacio, neppure per sogno. Il tempo questo non lo sa, sparge ortiche sul mio cammino, tradisce occhi chiusi che fanno finta di riposare, mentre uno sguardo muore, il mio. Signori e Signore io sto morendo. Questa sete è fatta di stenti, di baci rubati, di ricordi scuciti e strappati come stracci, di ferite che bruciano al sole. Ebbene questo è quanto, Signori e Signore. Non vivo più per un amore che mi ha portata alla fine, spremuta fino all’ultima goccia. Senza tempo, senza spazio, senza buccia e fiori bianchi, muoio di sete.

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