La casa dei ricordi

Gusto: Caffé

Lì, su una collina, la terra è generosa.
Se ti guardo da lontano, sembri una piccola conchiglia bianca immersa in un mare di erba medica.
Tu lì, da sola, senza bisogno di nulla intorno.
Mi avvicino camminando, attenta a scansare le pietre sul sentiero battuto solo dalle scarpe dei contadini.
Mi accosto e ti guardo.
Ti guardo.
Cammino: sei sempre più vicina.
Ma rallento. Sembri uscita da un libro di ricordi.
Mi ospiti e proteggi tra le tue mura.
Mi custodisci come la conchiglia nasconde la sua perla nera.
Una modesta casetta su due piani: piccola e in parte ancora grezza.
Sul davanti: una veranda.
Il glicine che s’arrampica prepotente sul muro e odora l’aria.

La prima cosa che faccio, butto via, lontano da me le scarpe e cammino scalza per sentire le tue radici.
Con le chiavi faccio girare la serratura.
Appena inizia lo scricchiolio della porta, fuoriesce una fresca brezza: il freddo della solitudine.
Le finestre sono chiuse: fuori è caldo, dentro è inverno.

Tu piangi da sola lassù sulla collina e ora ti lasci scaldare da me.
Appena entrata, vedo la scalinata in legno e a destra la cucina vecchia e malandata.
Vicino alla stufa, una vetrina con dentro i piatti: bianchi, semplici.
Poi i bicchieri, quelli che servono per il vino rosso.
Il tavolo piccolo si trova al centro della stanza, sopra una brocca d’ottone: la brocca per il pozzo.
Le sedie impagliate malamente dal nonno sembrano scheletri dimenticati.
Rivedo lui. Vestito con abiti grossi: pantaloni di tessuto forte, sfilacciati in fondo per il troppo strusciare a terra e gli scarponi sformati e polverosi.

Si sedeva al fresco del glicine davanti a casa con un pezzo di pane.
Tirava fuori dalla tasca il suo coltello e tagliava il cibo e iniziava a raccontare.
Raccontava di una vita tanto aspra di fame, di guerre vissute sulla pelle, di poesie d’amore e passione, poi rideva.
Le rughe contornavano il sorriso e la sua bocca ricca di parole e povera di denti.
Io dentro piangevo.
lo guardavo e pensavo che poteva essere l’ ultima volta che lo vedevo; ma ogni giorno passava.

La mattina mi alzo all’alba, scendo in cucina e faccio il caffè, nemmeno l’odore della bevanda copre il profumo della campagna.
Gli uccelli cantano impazziti, volano raso terra e si rincorrono nel cielo.
Io sono lì, con quella tazza smaltata blu tra le mani, scalza, con la camicia da notte di cotone ricamata dalla nonna.
Mi siedo sotto al glicine, sui gradini del muretto e mi sento nulla in mezzo all’immenso.
I rumori sono come fruscii magici che si intrecciano intorno a me.
Mi purifico, vivo.
E’ sempre un miracolo vedere, sentire tutto questo.
Mi sento parte del contorno.
Non posso dimenticare: scordarmi chi sono.

Vorrei bussasse qualcuno che sappia apprezzare l’assenza di tutto, che sappia apprezzare l’imponente presenza del nulla.
Aspetto.
Aspetto di capire, di sentire, di continuare ad amare.
Il tempo si rincorre pigro e io passeggio con lui.
In questa casa, creata da mani affamate, piccola, ma bisbigliante di ricordi di chi vi è nato, vissuto e morto. Questo è il posto dove vado, quando voglio solo me e nessun altro.

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